Alessio Cappelli, dopo la recensione di Abrivado, ci concede una bella intervista.

“Sì la sua vita era come quel ventilatore, costruita attorno al bello e all’appariscente; ma cosa era paragonabile alla macchina dell’aria condizionata?”

Come e perché hai scelto di paragonare la vita a un ventilatore o alla macchina dell’aria condizionata?

Per il mio protagonista Adriano la vita ha cominciato a ingranare come un meccanismo ben oliato, di quelli che non producono attrito. Come un condizionatore di marca, appunto. Nel libro si parla anche del rumore soffuso degli sportelli delle macchine eleganti come simbolo di ciò in cui è immerso Adriano. Il problema è che l’attrito, il conflitto sono qualità non solo imprescindibili, ma vitali…Ma forse il riferimento al ventilatore o all’aria condizionata è dovuto al fatto che ho scritto a Roma in piena estate!

Hai studiato alla scuola Omero. Che esperienza è stata per te?

Fondamentale, specie per finalizzare i miei confusi progetti. I due Maestri che ho avuto, Paolo Restuccia e Enrico Valenzi, sono fenomenali e ormai espertissimi. Sono dei lettori accurati e smaliziati. Spero di tornare a breve da Omero, anche come ripetente! Peraltro lì ho stretto amicizie durevoli, c’è un’atmosfera creativa e stimolante.

Abrivado è il tuo primo romanzo, da che esigenza è nato?

Il mio scopo principale era raccontare come si può cedere alle blandizie degli agi, del benessere, del successo dimenticandosi i valori coltivati durante un breve periodo di militanza politica, culminata nel G8 di Genova e nella successiva repressione.

Insomma Adriano non sa più neanche amare; come si trova a riflettere lui stesso, è capace a far trascorrere belle serate alle donne, ma da qui ad amare il passo è lungo. E poi avevo una gran voglia di descrivere la mia amata Camargue.

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Come Adriano, il protagonista di Abrivado, senti il bisogno di cose semplici, “di desideri banali, di aspettative non esigenti”?

Una volta recensendo un racconto di Cheever me lo sono immaginato mentre calzava i pattini e si dedicava a una interminabile pattinata sul ghiaccio notturna. E come per magia, solcando lo stagno ghiacciato, tutto il peso dell’esistenza, tutti gli errori sparivano e il suo vecchio corpo si alleggeriva.

Ecco, se intendevi questo con la domanda, la risposta è sì.

Cosa cambieresti della tua vita, oggi?

E’ un segreto…

Hai anche tu una “Sandra” nel cuore e cosa del tuo personaggio femminile ti piace di più?

Sì ho una Sandra, è l’Alessandra cui è dedicato il libro congiuntamente al mio amico Luigi. Di Sandra amo il modo indomito e disinteressato della sua militanza politica in gioventù che il tempo non scalfisce, anche se quando poi lei e Adriano si rincontrano lei è misteriosa, ma si capisce che le sue convinzioni sono inattaccabili. E poi ha un fascino che emerge dalla sua estrema vitalità.

Perché hai scelto un’ambientazione come quella del sud della Francia?

Conosco bene quel territorio, il libro è stato concepito lì, è lì che ho cominciato a immaginare le prime scene. In fondo la Camargue è una grande palude, e in una palude Adriano si rende conto di avere impantanato la sua vita.

Non posso negare del resto l’influenza  che ha avuto il Giardino dell’Eden di Hemingway: non ho potuto resistere alla tentazione di ambientare la scena finale del romanzo sul lungo canale di Le Grau du Roi.

Hai mai partecipato di persona al Festival Abrivado? In cosa consiste?

Sì, ci sono stato. Tradizionalmente, era la manifestazione con cui venivano condotti i tori dalle fattorie (che si chiamano mas) alla città e all’arena. Una specie di encierro come quello di Pamplona, ma molto meno cruento. Adesso è una cerimonia più limitata, gli animali circondati dai cavalieri percorrono la strada principale di Les Saintes Maries de la mer. E’ uno spettacolo molto turistico e un po’ finto, e per questo  è occasione per Adriano per riflettere su ciò che è autentico o inautentico nella sua vita.

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Cosa fai quando non scrivi?

Penso a cosa scrivere quando scriverò di nuovo!

Scherzo, ma solo in parte: per esempio quando sono in bici per andare al lavoro o tornare a casa, sono sempre lì a pensare ai miei personaggi e alle loro relazioni.

Ho questo mondo che ho immaginato e ogni tanto ci do un’occhiata.

Quando eri bambino cosa sognavi di fare da adulto?

Lo scrittore! Da adulto non ce l’ho ancora fatta, ma magari da anziano…

Un libro che per te è stato importante e uno che non sei riuscito a finire?

Mi sembra che in una precedente intervista avevo scritto che Houellebecq non ero riuscito a finirlo, ma non lo posso più dire perché nel frattempo ce l’ho fatta.

Sul libro importante invece non c’è dubbio: Fiesta. Tra l’altro è l’unico libro che ogni tanto rileggo (o riascolto).

Se fossi un libro saresti?

Pinocchio!

Progetti futuri?

Ho terminato un romanzo che si intitola “Torna, Narciso”, spero di riuscire a pubblicarlo entro breve. Poi ho finito un altro progetto, un “qualcosa di scritto” direbbe Pasolini, che lavora sui personaggi e le situazioni dell’Odissea.

E infine un corso con Osservatorio Cattedrale per completare una raccolta di racconti, titolo provvisorio “Violenze sugli animali”.

Grazie di aver scritto Abrivado e della tua disponibilità…al prossimo romanzo!

ABRIVADO – AUGH! – 2017

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