Chiara Andreola, l’autrice di Fame d’Amore, ci concede una bellissima intervista.

Come è nata l’idea per questo libro?

Tutto è nato dal fatto che la psicologa che mi seguiva a Roma mi aveva suggerito, come strategia “liberatoria”, di scrivere la mia storia, visto che per me scrivere ha sempre avuto anche questo valore. Tuttavia proprio io, che per professione devo sforzarmi a scrivere anche quando non mi viene nulla, questa volta proprio non ci riuscivo: il file nel mio computer c’era, ma era vuoto, e così è rimasto per quasi due anni. Poi, quasi all’improvviso, mi è uscito tutto nel giro di un paio di settimane. Mi sono trovata a scrivere in maniera totalmente “estraniata”, come se stessi parlando di un’altra persona: mi piace pensare che, molto semplicemente, ero pronta, avevo elaborato quanto era accaduto. E scrivere è stato anche uno scoprire me stessa, perché rileggendo mi sono resa conto di molte cose di cui non avevo coscienza. Poi, dato che mi sembrava sia ben riuscito (mettiamoci pure l’ambizione letteraria personale, sarei ipocrita se lo negassi), e che ritenevo potesse essere di aiuto anche ad altri, l’ho proposto a Città Nuova.

Quando hai deciso di scriverlo? 

Non ho deciso, diciamo che è successo, nel maggio del 2014.

E’ stata dura sviscerare la storia? 

Lo è stato nel senso che il percorso che ho fatto è stato esso stesso “sviscerare” la storia. Poi molto spesso mi viene chiesto se è stata dura mettere a nudo questioni così personali: no, ma solo perché mentre scrivevo era come se stessi raccontando di un’altra persona, quasi fosse una strategia di difesa.

Sei soddisfatta del risultato ottenuto? 

Sì, più che altro perché mi sembra di essere riuscita a parlare di un tema delicato in maniera leggera e senza urtare i sentimenti delle persone coinvolte: che era una delle mie più grandi preoccupazioni, perché mentre io ho scelto da me di espormi e di subirne eventualmente le conseguenze, mio marito o mia madre no.

Avrà un seguito oppure resterà unico?

Più volte mi è stato chiesto un seguito, e del resto la storia è continuata perché il libro ha segnato un punto di svolta. Per ora non ho progetti precisi, ma chissà.

Quante persone in Italia fanno finta di niente rispetto all’anoressia? 

Si stima che 2,4 milioni di persone ne soffrano, ma i numeri lasciano il tempo che trovano. Impossibile dirlo.

Perché fanno finta di niente? 

Ognuno può avere le sue ragioni: non voler ammettere il problema nemmeno a se stessi, la paura del giudizio degli altri, un’immagine distorta di sé o del cibo e del suo valore. Più di tutto però credo influisca una sorta di schizofrenia della società in cui viviamo, che prima ti martella di pubblicità di cibo dietetico e ti guarda storto se non sei un maniaco del fitness e della linea, e poi ti propone la pubblicità del fast food e ti fa quasi passare per asociale se non vai a mangiare con gli amici. Ogni educatore, ogni genitore sa che la coerenza è fondamentale nell’educare, e trovo che noi tutti come società non educhiamo ad un rapporto corretto col cibo.

Cosa possono fare i familiari per aiutare?

Ogni caso è a sé, e quindi anche l’aiuto che la famiglia può dare: dal semplice stare vicino, mangiando insieme senza forzare nulla ma dando in prima persona l’esempio di un rapporto corretto col cibo come momento sia di cura di sé che di socialità; all’indirizzare ad un professionista competente; al cucinare insieme, per decidere insieme il menu in base a che cosa la persona si sente di mangiare; al mettersi in discussione, perché il disturbo alimentare è un sintomo, ma le cause sono altre, e anche la famiglia può e deve fare la sua parte nell’affrontarle. Soprattutto non deve giudicare, perché questo è ciò che più di ogni altra cosa scatena il rifiuto.

Ci può essere una luce in fondo al tunnel per qualunque caso di anoressia? 

Una qualche forma di recupero credo sia sempre possibile; poi ognuno trova la sua via e il suo equilibrio. Certo è probabile che una qualche forma di disagio verso il cibo, almeno in alcune situazioni, rimanga; ma si impara a non esserne succubi.

Adesso scrivi di birra, come è nata questa passione?

Lunga storia… a suscitare l’interesse è stato mio marito, quando eravamo ancora fidanzati; poi appena sposati, dato che non avevo ancora un lavoro stabile, ho cominciato quasi per gioco a scrivere di birra nel mio blog. Pian piano non solo ho iniziato a prenderci gusto, ma anche a farmi conoscere da birrai, riviste di settore, organizzatori di eventi, e operatori di settore in generale.

Hai altri progetti per il futuro?

Per ora semplicemente espandere ulteriormente la mia attività nel settore della birra. E magari, chissà, scrivere un altro libro.

Leggi anche la recensione di Fame d’Amore

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