Luca Steffenoni, dopo la recensione di Il Caso Pantani, ci concede una bellissima intervista piena zeppa di curiosità sul lato oscuro dello sport agonistico.

 

E’ stato facile reperire le fonti per Il Caso Pantani?
Quello delle fonti è il principale ostacolo che si frappone tra l’ideazione di un libro e la sua effettiva realizzazione. Io costruisco dei “gialli” che potrebbero sembrare romanzati e distanti dalla realtà, in realtà sono molto scrupolosi. Dietro a ogni frase o immagine, anche la più fantasiosa, c’è una “pezza d’appoggio”. Controllo perfino il tempo atmosferico che c’era nelle giornate di cui scrivo. Sulla vicenda di Marco Pantani si è detto tanto e si trova molto materiale, dunque in apparenza il lavoro poteva apparire più facile, ma ho una certa tendenza a complicarmi la vita dunque ho preso in considerazione solo fonti dirette. Niente articoli giornalistici o informazioni internet, solo dati che posso controllare e interpretare direttamente: atti processuali, perizie medico legali, testimonianze, documentazione dei sopralluoghi giudiziari, rapporti, filmati, interviste, fotografie. In particolare amo i filmati con le vecchie interviste. Non c’è nulla di meglio che ascoltare il diretto interessato, guardarlo negli occhi, analizzare ogni movimento, la postura, le mani. Nei filmati c’è molta verità.

 

Avevi la stessa idea sul caso Pantani prima di iniziare a scrivere Il Caso Pantani?
No, non inizio mai un libro con un’idea precisa. In generale utilizzo lo stesso metodo che si dovrebbe usare quando si fa una perizia criminologica: ricostruire l’anamnesi del personaggio e tutto l’accaduto mediante le poche cose certe. Mettere tutto su una bilancia ideale e alla fine farsi un’idea precisa emettendo la “sentenza”, prendendosi qualche rischio professionale. Devo , però, essere sincero: il caso Pantani è stato un libro diverso da tutti gli altri. Leggendo di questo campione, guardando i filmati delle sue imprese, confrontandomi con i suoi tifosi sui social, vedendo l’affetto che ancora oggi lo avvolge, è difficile restare indifferenti. Il libro nel bene e nel male risente da subito di questa grande passionalità, della luce che illumina Marco Pantani, uno dei più grandi sportivi che l’Italia abbia avuto. Più scrivevo e più mi affezionavo al personaggio e a fine racconto mi sembrava di averlo conosciuto, di averlo accanto. In realtà l’ho visto solo di sfuggita mentre si allenava nel lontano 1997. Scrivere, resta ancora un’attività meravigliosa, un viaggio nella storia, nel tempo, nella psicologia umana.

 

Perché la magistratura non ha approfondito le indagini come ne Il Caso Pantani?
Ci sono varie opinioni al riguardo. Alcuni sostengono la tesi secondo la quale la camorra sia stata in grado di influenzare gli inquirenti. Io non sono d’accordo e per questo vengo criticato da qualche “leone da tastiera” che porta avanti con veemenza la tesi complottista. Anni di indagini sui grandi casi e l’esperienza professionale come criminologo mi fanno pensare piuttosto a una certa pigrizia giudiziaria. Non dimentichiamo che nel 2004, quando Pantani fu trovato morto al Residence Le Rose di Rimini, di camorra, di alterazione dei risultati sportivi, di scommesse clandestine non si aveva alcun sentore. Ci sono voluti dieci anni perché si intravedesse una pista.
A quei tempi prevaleva l’immaginifico di un Pantani depresso e cocainomane votato al suicidio. Così l’indagine su quella strana morte è stata influenzata da un pregiudizio, dalla mancanza di piste alternative al suicidio. Quando, nel 2014 il Tribunale di Forlì ha ripreso in mano una parte del discorso è emersa una realtà diversa circa i fatti di Madonna di Campiglio, quelli che avrebbero dato il via a questo stato depressivo, ma ormai era tardi. Scaduti i termini per prescrizione del reato. Il senso principale di questo libro, dopo i tanti che sono già stati scritti sul campione di Cesenatico, sta proprio nel ribaltare quell’immagine letteraria da eroe maledetto, che tanto ha danneggiato le indagini. Ribaltare quell’immagine con i fatti, buttando nel cestino un decennio di chiacchiere e gossip.

 

Oltre al caso Pantani, quali altri casi italiani, anche irrisolti, ti hanno colpito maggiormente?
Ho scritto un libro che si intitola “I 50 delitti che hanno cambiato l’Italia”, mi sono occupato di delitti milanesi, di casi storici, di delitti politici, su un campione così ampio si può immaginare che molte di queste vicende abbiano avuto esiti incerti o nulli. Siamo il Paese dei misteri, con un sistema giudiziario che fa acqua da tutte le parti, elencare i casi celebri e irrisolti sarebbe un lavoro lunghissimo. Si parte dal delitto Murri dei primi del novecento, passando per Fenaroli nel dopoguerra e si arriva al caso della piccola Yara Gambirasio. C’è solo l’imbarazzo della scelta. Il problema non sono tanto i casi irrisolti, tipo via Poma, per intenderci, ciò che preoccupa sono quelli risolti male. Quelli nei quali pur di trovare un colpevole si è seguito un percorso processuale drammaticamente claudicante. Su questi casi diventa difficile perfino scrivere, con inquirenti che utilizzano la legge sulla diffamazione appena si sentono attaccati da opinioni diverse. Cambiare questa legge e riaffermare il diritto di stampa, più volte calpestato, è il primo passo per potere affrontare seriamente i casi giudiziari irrisolti. D’altronde se nel 2016 eravamo al settantasettesimo posto nella classifica dei Paesi riguardo alla libertà di stampa, un motivo ci sarà.

 

Può esistere l’agonismo nel ciclismo senza associazioni al doping?
Discorso molto complesso. Per sua natura il ciclismo su strada, quello del Giro, del Tour o della Vuelta, è uno sport di fatica che richiede prestazioni pazzesche, per un periodo prolungato. Danilo Di Luca, ciclista radiato dal mondo delle corse per doping, sostiene che sia impossibile reggere un tale sforzo senza “curarsi”…usa proprio queste parole e il gran numero di atleti fermati nel corso degli anni fanno pensare che abbia ragione. Faccio fatica a ricordare un vincitore negli ultimi decenni che non abbia avuto problemi con l’antidoping.
Tutto ciò a altissimi livelli. Il problema è che ormai si trovano positivi nelle gare juniores o in quelle amatoriali per noi vecchietti. Evidentemente la concezione di sostanza dopante è un po’ cambiata e si confonde con quella degli “integratori” in una sorta di terra inesplorata nella quale avviene un po’ di tutto e dove la ricerca corre più veloce dell’antidoping.
Al momento attuale c’è una lista infinita di farmaci e sostanze, anche naturali, che sono proibite. Forse anche troppo ampia. Andrebbe ristretta alle sostanze pericolose per la salute del corridore, anziché rincorrere una presunta parificazione degli atleti, un ciclismo “pane e salame” come diceva Bartali, che non esiste più o forse non è mai esistito.

 

Esistono sport che non hanno a che fare con il doping?
Mi viene da sorridere pensando che anni fa alle olimpiadi invernali fu sospesa un’atleta di curling, quella sorta di gioco delle bocce su ghiaccio, dove il fisico conta ben poco.
Io vengo dallo sci, è quello il mondo agonistico che conosco e che frequento ancora per varie ragioni, l’unico del quale posso parlare con cognizione di causa. Bene, si è sempre detto che la prestazione breve e scattante di una gara di Coppa del mondo sia di slalom che di discesa, non necessiti di doping e infatti nessun atleta è mai stato “beccato” positivo. Tutto vero, però dal periodo di Alberto Tomba in poi si è incominciato ad assistere a crescite muscolari estive imbarazzanti. Atleti che tornavano dagli allenamenti in ghiacciaio con dieci, quindici chili di muscoli, che un Ingemar Stenmark o un Gustavo Thoeni non avrebbero messo su in una vita. Allora per rispondere alla domanda direi: “esistono sport dove il doping si è spostato dal momento della gara a quello della preparazione atletica. E’ doping anche quello, ma diverso.”

 

Quanto influiscono le scommesse sportive sui vari sport associati?
Tantissimo. Del resto i continui scandali che attraversano il nostro calcio, che da solo rappresenta la quinta azienda del paese, ce lo dimostrano ogni giorno. Non dimentichiamo che esistono migliaia di modi per influenzare i campionati e per “dopare” i risultati. Eppure tutti noi questa sorta di wrestling con la palla la seguiamo. Questo mi ricorda la famosa storiella di Wody Allen quella che fa: “Dottore, dottore, mio fratello è impazzito, crede di essere una gallina” e il dottore risponde “accidenti è grave, bisogna curarlo” , “eh già, bravo… e poi le uova chi me le fa?”. Ecco, amiamo lo sport, perché abbiamo tutti bisogno di uova.

 

Credi che oltre a Pantani ci siano altre vittime simili, magari anche in altri ambiti sportivi?
Beh, il famoso campionato di calcio stagione 87/88 con le ipotesi di vendita dello scudetto virtualmente sul petto del Napoli da parte della camorra. Il caso di Denis Petrini, il calciatore del Cosenza “suicidatosi” in maniera molto, molto, sospetta. Lo stesso caso Re Cecconi, con quello spogliatoio della Lazio, particolarmente inquieto, andrebbe approfondito meglio.
Molti, dall’uscita del caso Pantani, mi chiedono di occuparmi del caso Schwazer, che alcuni sospettano essere un “omicidio sportivo” con diverse analogie con i fatti di Madonna di Campiglio. Anche questo è un argomento stimolante.

 

Hai già puntato il prossimo caso per scriverci su un nuovo libro?
Quando finisco un libro, subisco l’effetto “cinema”, quello stato di stordimento emotivo che si ha dopo aver visto un film particolarmente coinvolgente. E’ uno stato d’animo nel quale la depressione è dietro l’angolo e che combatto pensando immediatamente a un nuovo progetto. Quindi sì, l’idea c’è già ….ma il nome non lo dico nemmeno sotto tortura.

 

IL CASO PANTANI – CHIARELETTERE – 2017

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