Braccata di Marina Di Guardo, quando lo finisci non resta addosso soltanto la tensione tipica di un thriller ben costruito, ma una sensazione più sottile e più scomoda: quella di essere stati messi davanti a uno specchio.
Non uno specchio rassicurante, ma uno di quelli che deformano leggermente i contorni e ti costringono a guardarti più a lungo di quanto vorresti.
Perché Braccata non è solo la storia di un delitto e di una caccia al colpevole, è la storia di una donna che viene progressivamente privata della possibilità di essere semplicemente se stessa, travolta da uno sguardo collettivo che giudica, sospetta, condanna prima ancora di capire.
Angela arriva in Sicilia con il desiderio, quasi ingenuo, di ritrovare un equilibrio. La vacanza con l’amica Beatrice è il tentativo di mettere distanza tra sé e un passato che pesa, di respirare finalmente in un luogo che promette bellezza e lentezza. Il romanzo si apre così, con una luce che sembra piena, avvolgente, quasi protettiva. Il mare, il caldo, i colori non fanno solo da sfondo, ma creano un contrasto netto con ciò che sta per accadere.
È come se l’autrice volesse illuderci per qualche pagina, concederci un attimo di tregua prima della caduta.
La scomparsa di Beatrice spezza questo equilibrio con una violenza secca. Quando il suo corpo viene ritrovato, brutalmente ucciso in un luogo carico di memoria e abbandono, la storia cambia pelle.
Da quel momento Braccata accelera, ma senza diventare mai frenetico: la tensione cresce perché cresce la pressione intorno ad Angela. Non solo il dolore per la perdita dell’amica, ma il sospetto che inizia a serpeggiare, insinuandosi nei gesti degli altri, nelle domande delle forze dell’ordine, nei titoli dei giornali, negli sguardi di chi prima la accoglieva e ora la osserva con diffidenza.
È qui che il romanzo mostra il suo nucleo più forte. Angela non viene soltanto coinvolta in un’indagine: viene esposta. Ogni dettaglio della sua vita diventa materiale da interpretare, ogni scelta viene letta come possibile indizio, ogni silenzio come una colpa.
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La caccia non è solo al killer, è alla sua identità. Il meccanismo è spietato e terribilmente attuale: la verità non interessa quanto la narrazione, e la narrazione più efficace è quella che individua un bersaglio.
I personaggi che ruotano intorno ad Angela sono funzionali a questo assedio emotivo. Il maresciallo incaricato delle indagini, il compagno, i giornalisti, i conoscenti occasionali: nessuno è davvero neutrale. Ognuno porta con sé un’ipotesi, un dubbio, una proiezione. Marina Di Guardo è abile nel non trasformarli in caricature: non ci sono cattivi monolitici, ma persone che reagiscono secondo il proprio ruolo, i propri limiti, le proprie paure. Ed è forse questo a rendere la storia ancora più inquietante, perché il meccanismo che schiaccia Angela non nasce da un’unica volontà malvagia, ma dalla somma di tante piccole responsabilità.
La scrittura è diretta, tesa, ma mai frettolosa. L’autrice alterna momenti di forte introspezione a scene di pura suspense, mantenendo sempre il controllo del ritmo.
Angela è un personaggio credibile proprio perché fragile: non è un’eroina che resiste a tutto, ma una donna che vacilla, che si sente sopraffatta, che dubita di se stessa. Il lettore la segue non per ammirazione, ma per empatia. Ci si ritrova a condividere il suo senso di accerchiamento, quella sensazione di essere osservati da ogni lato senza più un luogo sicuro dove fermarsi.
Il titolo Braccata non è solo una dichiarazione di genere, è una definizione esistenziale. Angela è braccata dagli eventi, dalle persone, dalla narrazione pubblica che si costruisce su di lei.
Anche quando l’indagine avanza, anche quando emergono nuovi elementi, la sensazione non è mai quella di una liberazione immediata. La tensione rimane perché ciò che è stato incrinato non è solo l’ordine dei fatti, ma la fiducia nel mondo esterno.
Il romanzo si chiude senza retorica, lasciando spazio a una riflessione che va oltre il caso specifico. Resta la domanda su quanto sia facile trasformare una vita in un processo, su quanto poco basti per passare dal ruolo di vittima a quello di sospettata. Braccata è un thriller che funziona sul piano narrativo, ma soprattutto è una storia che continua a lavorare dentro chi legge, perché parla di uno sguardo collettivo che tutti conosciamo, e che nessuno può dirsi davvero sicuro di non subire, prima o poi.
BRACCATA – MONDADORI – 2026




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