Dopo aver letto e recensito Chi Sbaglia Paga, abbiamo approfondito l’importante tematica del “carcere alternativo” col suo autore, Sergio Abis.

Come è nata in te l’esigenza di scrivere questo libro?

Ho cominciato a scrivere di carcere quando ancora ero detenuto. Con lo scopo preciso di raccontare la profonda inutilità del sistema carcerario e la sua sostanziale stupidità, perché costa una montagna di soldi alla collettività e non rieduca i carcerati, rimandandoli a spasso, una volta conclusa la pena, peggiori di com’erano quando hanno iniziato a scontarla.

Chi sbaglia paga mi ha permesso non solo di raccontare quella che comunemente chiamiamo galera, da un punto di vista che presuntuosamente rivendico piuttosto originale, ma anche di mostrare che è possibile concepire un carcere – che chiamo carcere alternativo – che non sia né inutile né stupido, bensì utile e studiato per generare vantaggi per la collettività.

Per rieducare i devianti, risparmiare sulle enormi spese richieste dal sistema carcerario e infine, per chi lo consideri un vantaggio, per evitare la mostruosa disumanità della carcerazione nel senso in cui è attualmente realizzata.

La Comunità La Collina, di cui parlo nella seconda parte del libro, è per l’appunto un esempio di carcere alternativo che opera da un quarto di secolo e che funziona egregiamente, visto che i detenuti che hanno scontato la pena laggiù – e parliamo di delinquenti responsabili di reati anche gravissimi – hanno cambiato vita e cessato di delinquere, a tutto vantaggio della sicurezza collettiva e spendendo assai meno che non per un Istituto di Pena.

Certamente in Chi Sbaglia Paga, un pezzo importante è la prefazione di Gherardo Colombo, ci racconti come è nata questa collaborazione?

Gherardo Colombo è un buon amico della Collina, ne apprezza finalità e metodi, e collabora con articoli alla rivista trimestrale edita dalla Comunità. Don Ettore Cannavera, fondatore della Collina, gli ha inviato il manoscritto e Colombo ha manifestato interesse e ne ha caldeggiato la pubblicazione, accettando di buon grado di scrivere la prefazione. È stato molto gentile e disponibile, esattamente come appare in televisione.

Cosa è il carcere per te?

Il luogo più abissalmente idiota nel quale mi è capitato di soggiornare. Non mi ha spaventato né mi aspettavo che lo facesse, nella mia vita ho visto luoghi terribilmente peggiori, invece mi ha indispettito.

Chiunque pensi che una robaccia del genere possa essere di una qualche utilità per la collettività dei cittadini, o ignora com’è veramente (e questo è vero per la gran parte dei casi, per questo ho cominciato a scriverne) o è un disonesto (intellettualmente) che usa lo spettro del carcere per cercare consenso (e oggi capita abbastanza spesso) oppure è un completo cretino. E quest’ultima eventualità, purtroppo, non è così rara.

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Oltre a frammenti di vite dei detenuti, carpiti attraverso le lettere,  nel libro si parla di una virtuosa ed efficace realtà, quella della Comunità La Collina, fondata da don Ettore Cannavera.

Come ne sei entrato in contatto?

È accaduto durante la mia permanenza nel carcere di Uta, la casa circondariale di Cagliari; a causa di una crisi di astinenza… da lettura.

Non avevo niente da leggere e non riuscivo ad accedere alla biblioteca. Un detenuto, impietosito, mi ha prestato una rivista edita dalla Comunità La Collina. Sulle prime l’ho guardata con scetticismo, prendendola per una sorta di bollettino parrocchiale. Poi ho scorso gli articoli e gli autori erano, tra gli altri, Gherardo Colombo, Vito Mancuso, Luigi Manconi.

Non solo ho cambiato idea, ma ho scritto al direttore, don Ettore Cannavera, proponendomi come “inviato carcerario”. In capo a un paio di giorni mi è arrivata la risposta. Positiva. Così ho iniziato a scrivere di carcere pubblicando i miei articoli sul trimestrale della Comunità.

La Collina l’ho conosciuta così, per colpa di una dipendenza: non fumo, consumo alcoolici assai di rado, non faccio uso di droghe, ma se mi mancano i libri divento isterico.

Scontata la pena, un giorno ricevo una telefonata da don Ettore che mi propone di scrivere un libro che parli della sua Comunità, perché deve festeggiare un quarto di secolo di attività e desidera raccontare in giro ciò che combina. In modo molto diretto, mi dice che a suo parere un ex carcerato è l’unico che può parlare di carcere a ragion veduta.

Pertanto mi ritiene la persona adatta per raccontare il luogo da lui fondato in cui i detenuti, per crimini anche molto gravi, scontano la pena e vengono rieducati e ricondotti a una normale vita di relazione.

Così sono andato da lui e mi ha ospitato, affinché potessi rendermi conto di quello che fa, assieme ai suoi collaboratori. In pratica, visto che chi vive nella comunità è un detenuto, quindi anche la Comunità è un carcere, sebbene alternativo a un istituto di pena, sono tornato volontariamente in galera poco dopo esserne uscito.

Potrebbe essere citato come record.

L’ho incontrato di persona così, per la prima volta e ho vissuto con la sua famiglia allargata.

Come è viverci?

È un luogo tanto duro quanto bello.

È duro perché non ci sono sbarre né chiavistelli, e neppure agenti di polizia penitenziaria. I detenuti devono privarsi della libertà da soli, per scelta.

Si sta confinati a scontare la pena perché la si accetta e si realizza di percorrere un cammino di cambiamento che porterà non solo alla libertà – una volta scontata la pena – ma anche a una vita diversa da quella praticata in precedenza. Per chi ha vissuto un’esistenza di devianza è un carcere molto più duro rispetto a una casa circondariale. E temo che solo chi è stato in carcere possa comprendere appieno cosa possa significare essere guardiani di sé stessi, tenersi chiusi in carcere da sé.

È bello perché è progettato per esserlo.

In campagna, alla periferia di Serdiana, un piccolo paese non distante da Cagliari, circondato da uno splendido uliveto e accanto a una bella vigna. I detenuti sono soci di una cooperativa, assieme agli educatori – sono colleghi di lavoro – e producono e vendono vino e olio di ottima qualità. L’olio lo consumano a tavola, con parsimonia, il vino no perché gli alcolici sono banditi.

La bellezza è una componente del processo rieducativo. Si curano gli ulivi, le viti, si fatica creando bellezza un giorno dopo l’altro. Con ritmi scanditi da una comunissima vita lavorativa. E al contempo si guadagna il necessario per vivere. Per un detenuto abituato a cercare il denaro nelle tasche altrui è una rivoluzione copernicana. E risulta efficace nel momento in cui il recluso capisce la bellezza, il fascino, il mistero del vivere creando bellezza e non devianza. Curando un ulivo e non prendendo una signora a botte in testa per rubarle la borsetta. E che sia un metodo efficace lo dimostrano i numeri.

Non opinioni, punti di vista, ideologie: numeri!

Nelle patrie galere, ogni cento detenuti che scontano la pena in cella ben settanta ricadono nella devianza a fine pena. E tornano in carcere. Il settanta per cento. Nel carcere di don Ettore i settanta diventano quattro.

Ne consegue che gli ulivi sono ben più efficaci e utili delle sbarre. Non sono gli ulivi che rieducano, sia chiaro, sono gli educatori, ma gli ulivi sono una buona metafora del loro lavoro.

Poi c’è la cultura, il secondo caposaldo della rieducazione: la Comunità ospita una bellissima biblioteca, curata da personale professionale e inserita nel circuito delle biblioteche pubbliche e vengono organizzati eventi culturali con buona regolarità. Eventi cui partecipano anche i detenuti. E quanto bellezza e cultura incidano sull’immaginario dei ragazzi che scontano la pena in Comunità è dimostrato da alcune delle lettere riportate in Chi sbaglia paga.

Leggendole per decidere quali inserire nel libro non ho potuto evitare, talvolta, una stretta al cuore, scorrendo le frasi permeate di nostalgia per i pomeriggi culturali. Per la cura delle piante. E anche per le ramanzine degli educatori. C’è chi ha deciso di non aderire ai disciplinari educativi proposti dalla Comunità e se n’è pentito amaramente: bellezza e cultura, umanità e ascolto non si dimenticano, neppure dopo averli rifiutati.

La parola “alternativo” affiancata a “carcere” che senso ha e perché è così importante?

Permettimi di essere brutale: è importante perché sarebbe ora di smetterla con gli slogan del tipo: I tutori dell’ordine li catturano e i giudici li mettono fuori! Le comunità come quella di Don Ettore Cannavera sono luoghi in cui i detenuti non sono liberi; non sono fuori.

E non parlo di un mero artifizio lessicale: la Comunità non è un’alternativa al carcere, bensì un carcere anch’essa. I detenuti sono in cattività e, a differenza di ciò che accade in carcere, devono guadagnarsi da vivere, non sfruttare l’elemosina pubblica, come in galera. Si pagano anche il sapone per lavarsi e la carta igienica per gli usi consentiti dalla legge.

Questo continuo riferimento al carcere alternativo, che trovi nel libro, è uno dei punti che rivendico come originali rispetto alla gran parte delle narrazioni sulla carcerazione.

La differenza tra i due è che quello tutto celle, sbarre, chiavistelli che schioccano, manette e, troppo spesso, anche botte, non funziona. Quello alternativo, di cui La Collina è un esempio, invece funziona, costa meno, rieduca i delinquenti e, per buona misura, è anche umano.

Tu preferisci che un ladro passi tre anni in una cella a oziare per rubare di nuovo appena esce di galera, o che lavori tre anni in campagna e che quando finisce di scontare la pena vada a lavorare e smetta di rubare?

Nel carcere tradizionale dignità, diritti e futuro sono parole con un significato ridotto per chi lo vive sulla propria pelle. Nella quotidianità di un carcerato cosa più evidenzia questa situazione?

Per rispondere compiutamente ad una domanda così importante ci vorrebbe un libro. E non è detto non cerchi di scriverlo… o l’abbia già scritto. Per essere breve, come richiede un’intervista, dirò che dignità, diritti e futuro potrebbero non essere categorie a scartamento ridotto, in carcere, se questo fosse rieducativo. Ciò che realmente si percepisce nel carcere attuale è la fondamentale mancanza di uno scopo nell’essere privati della libertà. La galera è talmente stupida che non è neppure capace di colpire maggiormente i soggetti più pericolosi, come crede la maggior parte della gente quando, sbagliando, invoca il carcere come punizione esemplare.

Più un soggetto è delinquente e pericoloso, meglio si trova in carcere. Un rapinatore di successo, capace di mettere da parte un gruzzolo, vive la carcerazione meglio di un rubagalline senza un soldo. Il pericoloso spacciatore a capo di una rete di spaccio se la passa alla grande, mentre il drogato che spaccia per procurarsi la dose (il carcere ne è pieno di soggetti come questo), vive un’esperienza terrificante.

Ecco, se il carcere fosse rieducativo, come auspico nel libro dimostrando nei fatti che è possibile, dignità, diritti e futuro sarebbero salvaguardati. A tutto vantaggio non solo dei colpevoli che devono giustamente scontare una pena, commisurata al reato commesso, ma soprattutto della collettività.

Cosa è la Domandina e cosa comporta?

Il carcere è totalmente burocratizzato e per ogni esigenza c’è un modulo che bisogna compilare e consegnare aspettando successivamente che la richiesta vada a buon fine. In un caos inimmaginabile anche per coloro che ritengono gli uffici pubblici un covo di fancazzisti strapagati.

Per tutto quanto non sia previsto un modulo specifico c’è n’è uno generico che si chiama, in gergo, domandina. Gli ho dedicato un capitolo del libro perché è uno dei perni della vita carceraria, anche se è solo un quadratino di carta apparentemente insignificante.

L’aneddoto dai toni surreali riportato in Chi sbaglia paga, l’unico tratto autobiografico che mi sono concesso, cerca di mostrare, da una parte, come la vita di un recluso possa essere condizionata da un pezzetto di carta, cioè da una burocrazia miope e priva di scopo; dall’altra come il sistema carcerario sia inutilmente complicato, mostruosamente inutile e favorisca lo stabilirsi di procedure e comportamenti viziati da un fondo di illegalità.

La domandina è l’epitome di tutto ciò che vado dicendo da che ho scritto la prima parola sul carcere: che questo favorisce, e a volte impone, comportamenti illegali, col risultato che se uno non è de tutto delinquente lo diventa in carcere. E se già lo è, delinquente, diventa un delinquente peggiore.

Tu non sei per l’abolizione del carcere, cosa proponi esattamente?

No, non sono per l’abolizione del carcere. In realtà nessuno lo è, neppure coloro che propongono di chiuderli.

Neanche i manicomi sono stati chiusi, anche se tutti lo dicono. Semplicemente, li hanno fatti funzionare, cioè hanno creato delle strutture alternative che non richiedono necessariamente la segregazione. Hanno creato dei manicomi alternativi. In cui i malati di mente vengono curati e non chiusi in una cella.

Ciò che dico riguardo il carcere alternativo non è diverso dal caso dei manicomi: bisogna far funzionare il carcere, far sì che rieduchi, ci vogliono carceri alternative il cui scopo sia la rieducazione. A norma di Costituzione. E conviene a tutti. Perché costa meno e se rieduchiamo un delinquente abbiamo un delinquente in meno per la strada; se lo facciamo marcire in cella esce delinquente e ricomincia. E, naturalmente, poiché parliamo di esseri umani, ritengo plausibile che in casi residuali la segregazione sia il male minore. Ci sarà chi non vuole essere rieducato e chi è realmente pericoloso. Anche per i manicomi, alla fine, si sono rese necessarie le ReMS.

Questo libro, oltre ad essere una bellissima ed interessante lettura, credo abbia uno scopo. Quale è la tua massima speranza, cosa secondo te può e dovrebbe smuovere nella nostra società?

Avendo passato parte della mia vita occupandomi di ricerca scientifica, ho imparato che per ogni premio Nobel ci sono centinaia di migliaia di ricercatori che si dedicano al progresso della scienza con piccoli contributi. Restano per lo più sconosciuti, eppure ciascuno contribuisce al Nobel, perché è un granello di sabbia che sommato agli altri diventa una spiaggia sulla quale il Nobel può camminare per andare ad intascare il premio.

Spero che il mio libro sia un granello di sabbia.

E spero di poter contribuire a che lo diventi. Se poi finisse sulla scrivania del Ministro della Giustizia e costui trovasse il tempo di leggerlo, suggerendone la lettura ai funzionari del DAP (Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria), ne sarei felice. Soprattutto se, come un granello di sabbia che finisce in un occhio, si rivelasse particolarmente fastidioso.

Un libro che per te è stato importante nella vita?

Che domanda! Mi mette in difficoltà. Non sono un intellettuale, quindi non saprei dire quale libro abbia potuto contribuire più di altri alla mia visione del mondo. Posso dire quali libri puoi trovare dentro Chi sbaglia paga: Le avventure di Tom Sawyer  di Twain e il testo utilizzato per l’esame di laboratorio nel primo anno di fisica, di cui non ricordo il titolo perché erano dispense ciclostilate.

Il Tom Sawyer è la prima lettura compiuta della mia vita. Bambino, nelle pagine di Twain scoprii la libertà che può fornire un libro stimolando la fantasia, il pensiero, la riflessione.

Sono caduto nei libri come si cade nell’eroina: una dipendenza senza possibilità di cura.

Finito in carcere, mentre leggevo un bel romanzo di Amos Oz, ottenuto di straforo, mi sono reso conto di essere molto più libero del carceriere che mi spiava, incuriosito da questo strano animale che quando non leggeva si metteva a scrivere, perché un corpo puoi anche tenerlo in catene, mentre per la mente è più difficile.

Il secondo libro che cito, le dispense, mi hanno aperto gli occhi sulla realtà e sui modi che utilizziamo per conoscerla. Sul metodo scientifico, che ho adottato per muovermi nella realtà. Credo che nel mio libro si noti la continua necessità di riferirsi ai numeri, alle cifre, ai dati, alle statistiche. Lo sforzo per oggettivare la realtà. Ecco: è partito tutto da quelle dispense che mi spiegavano come si usa una bilancia e cosa sia veramente il peso di un corpo, al di là di ciò che comunemente si pensa.

Se tu fossi un libro saresti?

Tre uomini in barca, di Jerome. Senza esitazioni. Delusa?

Progetti editoriali futuri?

Ho un grande debito di riconoscenza con Chiarelettere.

E questa non è una marchetta. Pubblicare un libro come Chi sbaglia paga, in Italia, oggi e con il covid in giro, significa avere un coraggio che rischia di sfociare nell’incoscienza.

In più, credo nel messaggio veicolato dal libro, sono convinto nell’intimo che un carcere intelligente sia possibile, perché ci ho abitato per scriverne.

Se non ci fosse l’epidemia, e non avessi gli anni che ho, mi sbatterei per l’Italia per farlo leggere al maggior numero di persone possibile. E ciò avverrà non appena si troverà il modo di riprendere una vita normale.

Lo devo al libro, a chi ci ha creduto, a chi mi ha aiutato, ai detenuti cui ho promesso che avrei scritto di loro e per loro.

Dopodiché, non ho smesso di scrivere. Ho un altro libro che mi piacerebbe pubblicare. Se troverò un editore.

Grazie mille Sergio, al prossimo libro!

CHI SBAGLIA PAGA – CHIARELETTERE – 2020