Dinamite, una citazione:
“Il quarantennio che vide l’anarchismo diventare una delle ideologie politiche più influenti in Europa e negli Stati Uniti, e che grossomodo è compreso tra il 1880 e il 1920, coincise esattamente con la fase di attentati politici più devastante nella storia dell’Occidente.”
Quando nel 1863 Alfred Nobel perfezionò l’invenzione della dinamite, mise involontariamente nelle mani di rivoluzionari, estremisti e anarchici una potente arma contro le istituzioni.
Fu così infatti che ai primi del Novecento gli Stati Uniti divennero oggetto di ondate di terrore, agevolate non solo dalla dinamite, ma anche da una polizia impreparata e arretrata.
La situazione era però destinata a cambiare, grazie ai metodi del giovane detective Faurot e all’intraprendenza del nuovo capo della polizia di New York, Arthur Woods.
Il New York Police Department si popolò così di giovani agenti che, con strumenti di investigazione scientifici innovativi, cominciarono non solo a individuare i criminali, ma anche a fermare delitti e attentati prima che venissero commessi.
Steven Johnson, in questo real crime avvincente, vivido e illuminante, racconta con una narrazione frenetica le epiche battaglie del movimento operaio, gli attacchi terroristici falliti e quelli tragicamente andati a segno, le reazioni contro gli immigrati, gli intrighi, le operazioni sotto copertura, i drammi giudiziari.
E ancora, come il sogno anarchico di una società senza Stato venne schiacciato da uno Stato di sorveglianza sempre più potente, e le veementi passioni politiche sedate e sconfitte dalla fredda tecnocrazia di Hoover.
Steven Johnson, giornalista e scrittore, è autore di diversi libri negli Stati Uniti. Dinamite, che ha vinto l’Edgar Award ed è stato finalista nell’Andrew Carnegie Medal for Excellence in Nonfiction, è il suo primo libro tradotto in Italia.
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La figura di Emma Goldman «la Rossa», una delle grandi figure dell’anarchia, accompagna l’intera traiettoria con la quale questo libro ripercorre la storia degli anarchici americani fino ai primi decenni del Novecento.
Dalla rivolta di Haymarket del 1886, in cui un misterioso attentatore lanciò una bomba contro la polizia in piazza a Chicago durante una manifestazione a sostegno dei lavoratori in sciopero, all’attentato che nel 1901 costò la vita al presidente William McKinley. Fino alla strage, mai rivendicata, compiuta a Wall Street nel 1920, quando un carro trainato da cavalli carico di dinamite esplose vicino alla sede della J.P. Morgan, uccidendo 38 persone e ferendone altre centinaia.
All’apice di quella stagione, poi, gli anarchici italiani Sacco e Vanzetti saranno arrestati, accusati ingiustamente di una rapina a mano armata con due vittime e, seppure innocenti, condannati nel 1921 e giustiziati nel 1927.
Johnson, con rimarchevole slancio narrativo, riporta al nostro faticoso presente una storia di instabilità ed attentati.
Due visioni del mondo opposte sono ben illustrate in Dinamite.
Da una parte, l’ideologia anarchica con il sogno di una società “libera”, radicalmente egualitaria, affrancata dalle istituzioni oppressive che avevano contraddistinto l’era industriale e imperiale; dall’altra la nascita dello stato di sorveglianza, che utilizza le nuove scoperte scientifiche e tecnologiche per contenere ogni forma potenziale di sovversione.
Sotto la minaccia delle “macchine infernali” (i borsoni con esplosivo e detonatore) si sviluppò così un nuovo tipo di polizia, quella scientifica.
L’apparato statuale, alla fine, ebbe la meglio. E, così, si realizzò la definitiva affermazione dello stato industriale.
Al di là della violenza politica, l’invenzione della dinamite riuscì a scalfire il monopolio della prepotenza distruttiva detenuto da governi e grandi aziende, che continuarono negli anni ad esercitarla maggiormente.
Forse la vera “macchina infernale” non è stata l’invenzione di Nobel quanto la macchina a vapore di James Watt.
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