Disturbo Della Quiete Pubblica di Richard Yates – Recensione

Disturbo Della Quiete Pubblica di Richard Yates – Recensione

Disturbo Della Quiete Pubblica, una citazione:

“Per Janice Wilder le cose cominciarono ad andare storte nella tarda estate del 1960. E il peggio, come non fece che ripetere in seguito, il lato più orribile della faccenda è che tutto parve capitare senza il minimo segno premonitore.”

Disturbo Della Quiete Pubblica ci porta nell’America degli inappagati, dei falliti, dei sognatori calpestati.

New York, 1960. John Wilder è un insoddisfatto venditore di spazi pubblicitari con un sogno nel cassetto: diventare un produttore cinematografico di successo.

Sposato con Janice e padre del piccolo Tommy, desidera anche una vita affettiva più dinamica rispetto a quella che gli offre la sua pragmatica moglie.

Un giorno, dopo aver lasciato impulsivamente il lavoro e aver preso una sbronza colossale, si ritrova ospite del Bellevue, una clinica psichiatrica. Qui incontra persone tormentate e isolate che, come lui, non sono più in grado di esistere così come la società prescrive.

Tra riunioni degli Alcolisti Anonimi, una relazione extraconiugale e la ricerca di finanziatori disposti a coprodurre un film sulla sua esperienza in ospedale, John conoscerà soltanto il fallimento delle proprie ambizioni e una lenta, inesorabile discesa nella follia.

Richard Yates – già autore di Revolutionary Road – è considerato dalla critica uno dei grandi classici del Novecento letterario.

Nei suoi libri ha saputo rappresentare come pochi altri le ombre del Sogno Americano, ispirando generazioni di scrittori e dando vita al «realismo sporco» di Raymond Carver e Richard Ford.

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In Disturbo Della Quiete Pubblica Yates ancora una volta disseziona con sguardo penetrante e scrittura implacabile l’apparente normalità della middle class americana.

La scrittura di Yates non volge mai la testa ma sostiene lo sguardo sulle inadeguatezze e sulle debolezze umane.

La cornice del romanzo è il falso ottimismo degli anni di Kennedy, quella voglia di leggerezza e spensieratezza percepita nella società americana che fa da contraltare con la paura della guerra fredda e dell’olocausto nucleare.

La famiglia intesa come nucleo sociale diviene una delle vittime collaterali di questa era, minata com’è da tradimenti, alcool, insoddisfazione, recriminazioni e psicofarmaci. L’ipocrisia è la malattia dell’America di quegli anni.

Inetto alla vita, incapace di trovare un equilibrio nella routine familiare e di amare nel modo giusto e corretto in cui dovrebbe amare un marito e un padre, John Wilder è un antieroe che evidenzia sin dalle prime pagine tutta la sua patetica fragilità.

Un uomo atterrito dalla cultura, complessato dalla sua bassa statura, incapace di stabilire una connessione con il figlioletto Tommy, in realtà Wilder non riesce a stabilire un contatto con la realtà tout court. Anzi ne rifugge, obnubilandosi con alcol, sesso e sogni.

Yates racconta egregiamente questo scollamento tra grandi aspirazioni e cruda realtà.

Quelli che scrive sono romanzi sull’apparire.

Ovvero, sulla sofferenza di uomini e donne che non sentono riconosciuto il genio che credono di possedere, né ricevono lo status cui credono di aver diritto.

O, più semplicemente, e come fu per lo stesso Yates, vedono sfumare le grandi promesse fatte ad una generazione che pensava di poter, ancora una volta, essere tutto.

Per parafrasare due grandi film: noi siamo infinito? No, siamo il canticchiante e danzante nulla del mondo.

DISTURBO DELLA QUIETE PUBBLICA – MINIMUM FAX – 2022

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