Donnaregina, una citazione:
“L’impresa di narrare la vita del superboss potrebbe farmi riprendere la parte di me a cui ho rinunciato. La creatura mitomane accantonata nel fondo della personalità per lasciare spazio alla donna misurata, la madre che va a colloquio coi professori, la giornalista che si immerge nello studio di documenti, libri – il resto secondario.”
Chi è davvero ‘o Nasone, accusato di rapina a mano armata, associazione a delinquere, associazione mafiosa, 182 omicidi commessi o commissionati?
Se lo chiede la scrittrice a cui il giornale dà l’incarico di intervistare proprio lui, il superboss Peppe Misso.
A lei che di criminalità organizzata non sa niente, che si è sempre occupata di adolescenti, tutt’al più cantanti, attrici, gente dello spettacolo.
Il loro è l’incontro di due mondi lontanissimi che tali devono rimanere, almeno nelle intenzioni della protagonista.
Eppure, quando lui inizia a parlare, qualcosa cambia.
Quest’uomo spietato che alleva colombi e crede negli ufo comincia a interessarla.
Non tanto quando si sofferma sulle cronache di furti, sparatorie e vendette, piuttosto per la nostalgia che vibra nei racconti delle donne incontrate e perdute, degli amici morti ammazzati, degli affetti famigliari.
Quando insomma, pur non rinnegando il proprio passato, il boss si mostra vulnerabile.
Il dubbio: forse la sta manipolando? È sul piano dei rapporti affettivi che i due si incontrano: nelle ferite di genitori incerti, forse sbagliati. Nel mistero dei figli con cui non sanno più comunicare e che temono di aver perso per sempre.
Il confronto tra loro, pur sempre carico di diffidenza, si trasforma allora in un viaggio tra ricordi, confessioni, fraintendimenti e proiezioni, ma soprattutto rivelazioni su figli che non sono quello che loro credono.
Così, quando la protagonista si trova a cercare le tracce del figlio del boss nelle strade di Napoli, capisce di cercare qualcun altro: sua figlia che le sta sfuggendo.
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Teresa Ciabatti, nata e cresciuta a Orbetello, vive a Roma. Collabora con il “Corriere della Sera”, “Sette” e “la Lettura”.
Lo sguardo della Ciabatti abbraccia il particolare e l’universale, la sua cifra stilistica è unica, come la lucidità, l’ironia, l’equilibrio assoluto del fraseggio.
Come Paolo Nori parla dei giganti della letteratura russa attraverso la lente della sua esistenza, così la Ciabatti racconta la vita di un boss per parlare anche di sé, delle fragilità che accomunano tutti, delle paure della genitorialità, del bisogno incessante di far pace con le nostre manchevolezze e i nostri lutti.
Ma alcuni tratti di Donnaregina ricordano anche “A sangue freddo” di Truman Capote nella volontà di raccontare (e indagare) il male faccia a faccia, trasfusa in un corpo narrativo sfuggente con un sogno e aguzzo come ossidiana che intreccia inchiesta, cronaca e finzione.
Con l’intensità e l’anticonformismo tipiche della sua scrittura, la Ciabatti conduce una protagonista che le somiglia in territori a prima vista remoti e indecifrabili, per riportarla a casa più dolente e saggia, capace di riconoscere il baluginare dell’umano ovunque si presenti.
Un romanzo davvero potente e umanissimo sul crimine e la maternità, sull’amicizia, sulla fiducia, sulla coerenza e il peso delle proprie scelte, ma anche sul ruolo dell’intervistatore/autore.
Donnaregina regala pagine che ti riempiono – e ti sfondano – il cuore.
Perché, alla fine, è facile da capire: tutti navighiamo a vista in questo mare chiamato vita e – in qualche strano, imperscrutabile modo –siamo tutti connessi.
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DONNAREGINA – MONDADORI – 2025




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