L’Aquila Nera, una citazione:
“L’Italia fascista non vide l’Albania per ciò che era, ma per ciò che poteva diventare nei suoi calcoli imperiali. Non vide un popolo, una lingua, una storia.”
Fine estate 1994.
A Rrubjekë, un villaggio con le case basse di pietra e i campi che si estendono a perdita d’occhio, una banda di ragazzini in cerca di avventure si imbatte nei resti di alcuni soldati italiani.
Anita è la più piccola del gruppo, ma percepisce tutta la drammaticità di quel momento in cui la morte si rivela ai suoi occhi nell’uliveto non lontano dalla casa dove vive con i nonni.
È allora che comincia a farsi domande che la porteranno a decidere di raccontare una storia dolorosa condivisa tra le sue due patrie: quella natale, l’Albania, e quella d’adozione, l’Italia.
Tra legami profondi e ferite aperte, tra cronaca familiare e tragedia collettiva, Anita Likmeta sottrae all’oblio una vicenda complessa che si snoda su più piani temporali, dagli anni trenta agli anni novanta del Novecento, fino ai giorni nostri.
Scoprirà così che l’Italia non è stata solo quella degli invasori, delle navi che riempirono il porto di Durazzo il 7 aprile 1939, delle uniformi per le strade di Tirana, dei manifesti con il volto di Mussolini, dell’italiano imposto come lingua del potere.
Un’altra Italia non si era limitata a eseguire ordini e, nel caos dell’8 settembre 1943, aveva scelto.
Perché quelle due Italie, quella dell’occupazione e quella della resistenza contro il nazifascismo, non sono state solo due facce della stessa medaglia. Sono state la prova che anche nelle tenebre più fitte può esistere un raggio di luce.
Di quelle testimonianze diventa urgente ritrovare e custodire la memoria.
Soprattutto oggi, nella consapevolezza che «il fascismo non è un ricordo del passato. L’invasione dell’Albania non è un fatto archiviato nei manuali. Raccontarla significa strapparla alla retorica e alla neutralità. Significa dire che dietro le manovre politiche, le leggi, i trattati, c’erano volti, mani, terre spaccate e storie che si sono spezzate».
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Anita Likmeta, nata a Durazzo in Albania e naturalizzata italiana, è scrittrice e giornalista. Il suo primo romanzo, “Le favole del comunismo”, edito sempre da Marsilio, ha ricevuto prestigiosi riconoscimenti, tra cui il Premio internazionale Viareggio-Rèpaci e il Premio letterario Giuseppe Dessì.
Ancora oggi si sa troppo poco dell’Albania e della sua storia.
Le informazioni relative a quella più recente, che vede il regime di Hoxha al potere per più di quarant’anni, sono molto lacunose. Quasi nulle, poi, sono quelle che riguardano gli anni in cui gli albanesi hanno conosciuto la dominazione fascista.
L’Aquila Nera si distingue per la sua capacità di intrecciare l’aspetto intimo con quello storico, dipingendo con grande tatto un ritratto delle complessità di un passato segnato dall’occupazione fascista, dalla guerra e dalle conseguenze di un colonialismo che ha lasciato tracce profonde nel sentire del popolo albanese.
L’autrice ci invita a meditare sul ruolo della memoria, sull’importanza del passato e sulla necessità di assumersi le proprie responsabilità collettive, conducendoci al contempo nell’anima dell’Albania, attraverso la storia recente del paese e quella sua personale.
Si tratta di una articolata ricostruzione dei fatti passati, la cui interpretazione implica un processo di comprensione volto a capire lo sviluppo degli eventi e la loro influenza sul presente.
Conoscere il passato per leggere i tempi di oggi, segnati altrove da altrettanta brutalità.
Un libro che trasmette un messaggio forte e quantomai attuale: la memoria storica non rappresenta solo un dovere, ma un atto di giustizia.
Perché la memoria non è una scelta. È un debito.
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