(Lo Spirito Del Natale – un racconto di Andrea Paolucci ispirato al celebre racconto ‘Canto di Natale’ di Charles Dickens)

 

Il Natale. Cosa c’è di più ipocrita al mondo? La gente fa i regali solo perché li fanno tutti. Prepara cene per competizione di menu e abbuffate e gioca a carte per estorcere ai propri cari quei soldi che la società gli nega.

Che schifo.

Oggi è il ventiquattro di dicembre e la città è accesa come una sagra di paese. E’ tutto illuminato a intermittenza. Buio-luce, buio-luce, buio-luce. I negozi pullulano di gente coi soldi da spendere e le mamme imbastiscono ai figli che Babbo Natale esiste e la Befana è dalla parte dei bambini buoni.

Io dovrei stare a cena con mia madre e domani a pranzo con mio padre come vuole la buona tradizione del figlio coi genitori separati ma niente invece resterò chiuso in camera mia, barricato come in guerra. Snobberò pure la solita pallosa giocata della vigilia con gli amici. Una noia mortale.

Una cosa c’è da dirla: sono le sette di sera e grazie al Natale sono già sbronzo. E sbracato sul letto.

Un tizio con una tunica nera e un cappuccio che gli copre il viso mi fa alzare dal letto.

E tu chi sei?, gli chiedo io.

Sono lo Spirito del Natale, risponde lui.

Io scoppio a ridere.

Andiamo beota, dice lui e mi tira per un braccio.

Voliamo! Saliamo nel cielo e attraversiamo le nuvole come fanno gli aerei più veloci. D’improvviso siamo fermi e fluttuiamo nell’aria, a una decina di metri dal suolo.

Guarda idiota, fa il Tunica.

C’è una finestra davanti a noi. Dietro di essa un tizio che beve spumante a rotta di collo. Sono io. Era prima quando avevo aperto la seconda bottiglia di spumante da solo! Oddio che tristezza visto da fuori.

L’hai capito eh?, fa il Tunica.

Ma che mi legge nel pensiero ‘sto tizio?

Andiamo via da qua, comanda il Tunica e mi trascina ancora nel cielo.

Sfrecciamo a una velocità supersonica tanto che il panorama in basso sparisce sostituito da un fascio di luce bianca. Ci fermiamo di botto.

Guarda là, fa il Tunica mirando con il dito.

C’è un bambino da solo in un campo, sta dando fuoco a dei giocattoli.

Lo raggiungono delle persone, sembrano i suoi genitori, mi trasmettono una tristezza infinita quando s’accorgono che il piccolo piromane ha bruciato i giocattoli appena regalati da loro. Il bambino si accorge della presenza dei familiari e tenta di spegnere il rogo ma ormai è tardi e tutto è andato distrutto. I genitori gli chiedono dov’è che hanno sbagliato con lui. Oddio ma quel bambino sono ancora io.

Ma che mi hai portato indietro nel tempo?, chiedo al Tunica.

Ti riconosci?, risponde il Tunica.

Ora che mi ci fa pensare, ricordo quando è successo e quanto sono stato cattivo. Stetti male per giorni.

Andiamo stupido, fa il Tunica e mi tira ancora.

Cominci a rompermi con queste offese, faccio io mentre prendiamo quota.

Rifletti sulla tua situazione invece di pensare alle offese, commenta il Tunica.

Sfrecciamo ancora, stavolta non riesco a vedere niente intorno a me, solo nero, pure il Tunica è sparito.

All’improvviso torno immobile nell’aria. Il Tunica è nuovamente accanto a me. La scena che ci appare di fronte mi fa ribrezzo. Un uomo sulla cinquantina, panzone e calvo, si sta bevendo un negozio d’alcolici in una stanza squallida, sbracato su un tavolo da gioco vuoto. L’ubriacone è solo e intorno a lui c’è solo sporcizia d’ogni genere. L’uomo parla, con chi?

Con nessuno, buffone, fa il Tunica.

Già, l’avevo dimenticato che il Tunica legge nella mente.

Un botto enorme, il panzone è crollato al pavimento e vomita mentre con le braccia cerca sostegno per alzarsi ma non lo trova e ricade giù. Che schifezza, ma come sta ridotto quello? Il Tunica mi poggia una mano sulla spalla, poi con fermezza esclama: “quell’uomo depresso e alcolizzato ha sputato merda per molti anni sul Natale, perdendo l’amore dei cari e l’affetto degli amici, ti sembra disperato?” Il Tunica esige una risposta: “beh sì, sta allo sbando più completo.”

Pensa che tra poco si suiciderà ingerendo alcol fino a scoppiare, fa il Tunica tutto d’un fiato.

Ma chi è?, chiedo io.

Il Tunica mi toglie la mano dalla spalla e se la poggia sul punto più alto del cappuccio: “quell’uomo sei tu.” Si toglie il cappuccio e appare la mia faccia. Oddio mio!    

Toc! Toc! “Andrea! ANDREA!”

Dove sono adesso? Dov’è il Tunica?! Cazzo è camera mia! E sono vivo! Mi ero addormentato! Era solo un sogno… premonitore?

Toc! Toc! “Andrea! ANDREA!”

“Che c’è Mamma?”, è lei che bussa dietro la porta di camera e in questo momento le voglio bene come mai in vita mia.

“E’ pronto in tavola, stiamo aspettando solo te!”, fa con quella sua voce da eterna ragazzina.

“Scusate arrivo subito”, rispondo con dolcezza mentre cerco di darmi un contegno, ah, sono in fibrillazione, come resuscitato da una scarica elettrica e tutto sudato.

“Va bene lo spumante come aperitivo?”, fa Mamma ancora.

“No grazie, stasera niente alcolici!”, al pensiero mi viene la nausea.

“Stai male per caso?”, fa Mamma aprendo la porta ed entrando preoccupata nella stanza.

“No Mamma, sto benissimo”, concludo io circondandola con un affettuoso abbraccio.

Buon Natale a tutto il mondo!

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