Morire A Long Beach, una citazione:
“Non c’era molto sangue. O meglio, all’inizio non se ne vedeva granché. Crediamo sia per questo motivo che Coral, entrando, non ci aveva fatto caso. Lo studio era buio, come piaceva a Jay, blu le pareti, blu il divano, blu il mobile del televisore e blu il tappeto. Era come immergersi nell’oceano più volte al giorno, se l’oceano fosse umido e caldo da crepare, e puzzasse di bacon bruciato e candele al cocco.”
Quando i paramedici portano via il corpo di Jay, morto suicida nel suo appartamento, Coral si ritrova in una casa vuota, circondata dall’assenza del fratello e dagli oggetti che lui non userà mai più: i mobili, i vestiti, il televisore, il cellulare che continua a ricevere messaggi.
Coral sa bene che dovrebbe avvisare le persone che gli scrivono, ignare dell’accaduto.
Invece, quasi senza pensarci, comincia a rispondere ai messaggi fingendosi Jay, per rimandare di un minuto, di un’ora, di un giorno il momento in cui la sua morte diventerà reale per tutti, anche per la figlia Khadija, che non sa ancora di essere orfana.
Per tutta la settimana successiva Coral va a lavorare, presenta il suo libro a una convention di fantascienza, incontra donne conosciute sulle dating app, fissa e disdice appuntamenti con gli amici di Jay.
Ma, nel disperato sforzo di prolungare la vita del fratello, è la sua esistenza che inizia a sfaldarsi, la sua realtà a perdere consistenza.
E mentre lei si fa avatar del fratello perduto, la sua storia è narrata da un coro di voci uscite dai suoi romanzi, intelligenze che all’indomani dell’autodistruzione della specie studiano gli esseri umani reinscenando i loro ricordi.
Sperimentale, intima e devastante, la scrittura di Blackburn fa confliggere il passato e il futuro, l’individualità e la collettività – affidando a un noi liminale e subconscio il compito di raccontare le angosce, le ossessioni, la solitudine della nostra società – per indagare la natura insondabile del lutto e della perdita, e la misteriosa, struggente permanenza dei legami anche quando interviene una catastrofe a fermare il tempo per sempre.
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Cresciuta a Compton, al tempo degli NWA e del gangsta rap, Venita Blackburn vive a Fresno, dove è docente associata alla California State University. È fondatrice e presidente di «Live, Write», associazione che organizza workshop di scrittura gratuiti per gli studenti delle comunità di colore. Morire A Long Beach è il suo primo romanzo.
Venita Blackburn ha un nome che sembra quello di un’eroina indomabile come la Perfidia Beverly Hills di “One battle after another” di P.T. Anderson.
E, tosta come lei, dimostra un coraggio e un’audacia rari nel narrare la storia di una mancanza che è, al contempo, una riflessione profonda sull’esistenza.
La storia si snoda lungo l’arco temporale di sette giorni, in modo assolutamente non lineare.
I tentativi di Coral di mantenere in vita, per quanto digitalmente, il fratello Jay, le necessità e le incombenze della quotidianità, i ritardi, i traumi, i rimpianti che la invadono come onde di marea si alternano a riflessioni ambientate in un futuro asettico in cui l’umanità è ormai estinta.
Salti temporali, digressioni, metanarrazioni, finti annunci, sbalzi di toni e di universi, tutto concorre a creare un gigantesco flusso di coscienza – individuale e collettiva – che pulsa come un organismo unitario.
La Blackurn gioca con i generi, assemblandoli e disarticolandoli seguendo i vari filoni della narrazione. Si passa dal thriller allo sci-fi, dalla fiction speculativa alla fantascienza distopica.
Morire A Long Beach è un romanzo multiforme, inclassificabile e incatalogabile – in senso positivo, sia chiaro – sulla natura stessa della condizione umana.
E su quel grande, insondabile casino che è la vita.
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MORIRE A LONG BEACH – MINIMUM FAX – 2025




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