A Bocca Chiusa, una citazione:

“Vorrei dirti di stare attento, di tirar fuori le unghie, di levarti quello sguardo da angioletto o sporcartelo di fango per mimetizzarti, ma probabilmente non mi capiresti. Il mondo non ti ha ancora vomitato addosso la sua pazzia. Vorrei abbracciarti ma rischierei di imbrattarti i vestiti con le mie scorie, i miei frammenti di pelle secca, il mio fetore.”

L’afa d’agosto è insopportabile, soprattutto quando hai dieci anni e sei costretto a startene chiuso in casa con il nonno, una belva in gabbia la cui violenza trova sfogo su di te. E se non puoi frequentare gli altri bambini, anche tu diventi un animale solitario, una fiera destinata a crescere somigliando ogni giorno di più al proprio aguzzino.

Il nonno è un ex camionista, forzatamente a riposo per dei problemi incurabili alla schiena. La malattia e il riposo forzato non fanno che peggiorare il suo carattere violento e oppressivo, frutto di un’infanzia difficile e della mancata accettazione del suo stato di salute. L’eremitismo forzato diventa una polveriera per l’uomo, che odia tutti senza riserve, comprese le persone a lui più vicine.

Così, alla fine, si finisce per accogliere il seme del male. Covandolo per anni, sentendolo germogliare dentro di sé, finché non spunta il desiderio di vendetta. Ma se la persona che ti ha allevato, trattandoti come una bestia, ora è morta, diventa necessario scegliere qualcun altro su cui sfogare tutta la tua rabbia.

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I temi affrontati nel libro sono essenzialmente due. Il primo è quello della violenza sui minori: la testimonianza in prima persona fa sì che il lettore viva insieme al protagonista la paura per un orco che si esprime attraverso azioni violente, fisiche o verbali, completamente gratuite o comunque spropositate rispetto alle azioni del bambino.

“Quando non era un orco, ai miei occhi nonno appariva come quei grossi cani randagi che mordono e abbaiano a tutti. Quelli che bisogna legare alla catena e poi, ogni volta che devi uscire in cortile per sfamarli, ti fanno sobbalzare dalla paura, anche se loro si limitano a fissarti, standosene immobili vicino alla recinzione.”

Il secondo tema è quello delle ferite emotive: il tempo passa, ma se queste non si rimarginano, torneranno a sanguinare, sotto altre forme. La disperazione del bambino, divenuto ormai adulto, non è scomparsa, ha solo assunto una nuova veste. Il protagonista soffre di una sorta di sdoppiamento di personalità, da un lato subisce le ingiustizie della vita umana, dall’altro arriva a compiere atti estremi, stranianti, arrivando a costruirsi un proprio mondo interiore in cui trovare rifugio.

Stefano Bonazzi è nato a Ferrara, dove vive e lavora. Di professione grafico pubblicitario, realizza composizioni e fotografie ispirate al mondo dell’arte surrealista. Le sue opere sono state esposte, oltre che in Italia, a Londra, Zhengzhou, Miami, Seul e Monaco. “A bocca chiusa”, suo romanzo d’esordio, pubblicato per la prima volta nel 2014, è ora pubblicato da Fernandel.

A Bocca Chiusa è il racconto della genesi di un assassino: una danza macabra che lascia un senso di profonda inquietudine, un viaggio allucinato e crudo tra i deliri del protagonista che, partendo da un’infanzia di violenze e privazioni, sfocia infine in un finale tragico e spiazzante.

La mente è come un fiume pieno di anse e di meandri, nei quali è facile arenarsi o financo affondare.

E forse l’odio è il banco di sabbia dagli effetti più fatali.

A BOCCA CHIUSA – FERNANDEL – 2019