Beautiful Boy, una citazione:

“In macchina, tuttavia, quello che vedo è un estraneo. Eppure è un estraneo che conosco intimamente. Ricordo i suoi grandi occhi quando erano felici e quando erano delusi, la sua faccia quando era pallida per la febbre o arrossata dal sole, la sua bocca durante le visite dal dentista e dall’ortodontista, le sue ginocchia quando se le sbucciava e gli mettevo i cerotti, le spalle quando gli spalmavo la crema solare, i piedi quando gli toglievo le spine… ricordo tutto di lui. Eppure, mentre ci avviciniamo a Oakland, guardo la sua espressione cupa e rabbiosa, la sua agitazione e la sua assenza, e penso: Chi sei?”

Perché il mio meraviglioso ragazzo si è perso? Che cosa è successo alla mia famiglia? Dove ho sbagliato? Sono queste le laceranti domande che hanno ossessionato David Sheff in ogni istante dello straziante viaggio nella tossicodipendenza del figlio Nic e nel difficile percorso verso la guarigione.

In Beautiful Boy, prima dell’incontro con la droga, Nic era il figlio che ogni genitore vorrebbe: cresciuto con amore, era un ragazzo intelligente, allegro e curioso, studente modello, campione nello sport, adorato dai fratellini.

Ma quando raggiunge l’adolescenza, Nic comincia a sperimentare le droghe, scendendo in una devastante spirale verso gli inferi, fatta di alcol, metamfetamina ed eroina. La dipendenza lo rende un relitto tremante «con due buchi neri al posto degli occhi», e inizia a mentire, rubare, scappare di casa. A chiedere aiuto e a precipitare nuovamente nel tunnel.

In questo memoir doloroso, spietato e sincero, scritto con il cuore e con le lacrime, il giornalista del New York Times David Sheff racconta i primi segnali d’allarme, le bugie, la paura per le telefonate alle tre del mattino (sarà Nic? La polizia? L’ospedale?), i tentativi di disintossicazione, le battaglie, le ricadute.

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Lo stato di continua apprensione diventa per David, a sua volta, una forma di dipendenza: panico, ansia e stress incessanti richiederanno un prezzo altissimo. Seppur stremato, David non si è mai arreso, percorrendo ogni strada possibile per salvare suo figlio.

In Beatiful Boy però il punto centrale non è tanto il tema della droga quanto quello della “dipendenza” e di come questa possa devastare il tessuto connettivo familiare, con pagine che rivelano in modo crudele e senza facili pietismi l’impatto e i “danni collaterali” determinati dall’abuso di stupefacenti in seno ad una famiglia come tante altre.

Perché la tossicodipendenza è una malattia che dura tutta la vita, una malattia incurabile, anche se la speranza non deve mai essere abbandonata.

Un libro – da cui è stato tratto l’omonimo film interpretato dai grandiosi Steve Carell e Timothée Chamelet – che commuove e che fa riflettere sul circolo vizioso e sulla dinamiche menzognere della tossicodipendenza. Sugli effetti che determina sugli affetti prossimi e sull’impotenza di un padre nell’aiutare il proprio figlio. Ci immedesimiamo nei protagonisti con rabbia ma anche con tenerezza, interrogandoci su cosa faremmo al posto loro.

In fin dei conti, possiamo essere tutti vani testimoni dell’autodistruzione delle persone che più amiamo, trovandoci nostro malgrado in situazioni in cui i legami diventano catene. Infatti l’ossessione di David di salvare il figlio si trasforma essa stessa in assuefazione che viaggia parallelamente a quella del figlio, facendolo sentire impotente, in preda ai sensi di colpa ed ai rimpianti.

Siamo esseri frangibili. L’amore, anche quello più puro, può essere un’ancora ma anche un masso pesante legato al quale andare a fondo.

Ma ogni vita è un viaggio da fare “codo a codo” come scriveva Neruda, sostenendoci l’un con l’altro.

È questa l’unica salvezza.

BEAUTIFUL BOY – SPERLING KUPFER – 2019