Recensione di Belfast Boy – Stefano Friani

Recensione di Belfast Boy – Stefano Friani

Belfast Boy. Genio e sregolatezza. Tanto genio ma tanta, quanta sregolatezza.

Stefano Friani racconta la scoppiettante esistenza di una leggenda come George Best con tutta la sincerità possibile, senza sterile retorica. Pochi giri di parole ma con un ritmo da stropicciarsi gli occhi.

La vita del più grande giocatore nordirlandese di tutti i tempi è degna delle migliori pellicole cinematografiche esistenti. Un mix tra Mission Impossible e Pretty Woman.

Perché, come svela Belfast Boy, il maledetto ragazzo di East Belfast ne ha combinate di tutti i colori.

Proveniente da una famiglia di origini protestanti nemmeno troppo velatamente vicino agli ambienti unionisti/orangisti, George, in realtà, non si è mai preoccupato di chi avesse di fronte.

Repubblicano o unionista che fosse.

A lui importava solo giocare a calcio, gli scorreva proprio nelle vene: “George da piccolo nemmeno cammina che già palleggia.”

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Da nullafacente nei sobborghi nordirlandesi fino ai piedi del mondo. Ha scalato tanto velocemente l’olimpo. Con il senno del poi, forse anche troppo.

Manchester, sponda reds, è stato il suo regno. Lì è diventato re: “A volte, quando ha la palla, hai la sensazione che nessun altro riuscirà più a prenderla, nemmeno se si giocasse fino a notte fonda.”

Coppa Campioni, il Pallone d’Oro. La gloria. Maledetta gloria.

Ufficialmente, era “The Best”. Non poteva andare diversamente: “George Best, e in questo il cognome non gli fa sconti, è il migliore e sta tutta qui la sua condanna, sarà sempre tenuto ad esserlo.”

Il terribile ragazzo nordirlandese ci sapeva fare. Non solo in campo. Con quel bel visino non poteva essere altrimenti.

Soldi a palate, pubblicità di ogni improbabile oggetto di mercato. Non si può sfuggire al fascino dei meravigliosi anni ’60 e al richiamo dei memorabili ’70.

E poi, alcool e donne.

Tante donne, tantissime bionde, troppe ammiratrici. Tanto da collezionare incalcolabili scappatelle e flirt di ogni tipo.

Smisuratamente alcool. Nel progetto di costruzione di un pub, George farebbe parte dell’arredamento. Il bancone è la sua vita: “Non sono mai stato in spiaggia, per arrivarci dovevo passare davanti a un bar e mi sono sempre fermato prima di raggiungere l’acqua.”

Poi il declino. La dipendenza dalla bottiglia e la poca attitudine alle regole fanno il resto. La parabola discendente di “Bestie” è completata. Dopo Manchester, gira mezzo mondo alla ricerca di sé stesso. Senza trovarlo.

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Belfast Boy testimonia che le sue indimenticabili gesta hanno avuto il merito di non dividere i nordirlandesi. Almeno per una volta. Bambini scorrazzanti nei quartieri working class con maglie red devils cucite sulla pelle. Murales raffiguranti il suo volto nei sobborghi unionisti.

Il suo funerale ne è stata una testimonianza: “È stato tutto fuorché un evento settario. C’erano bandiere dell’Ulster, bandiere unioniste, tricolori irlandesi…”

Stefano Frioni ha il merito di incollare il lettore alle pagine. Lo trasporta, lo catapulta, lo diverte, lo commuove. Lo fa essere George per quanto basta, lo fa impersonificare nel mito.

Quanta ammirazione ma quanta invidia nel vederlo cavalcare il mondo.

 “George does it better.” Come nasconderlo.

BELFAST BOYS – MILIEU – 2021

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