Disobbedienza, una citazione:

“C’è un circolo vizioso qui, dove s’intrecciano la paura degli ebrei di essere notati e la naturale reticenza britannica. Le due cose si alimentano a vicenda cosicché gli ebrei inglesi non possono parlare, non vogliono farsi vedere, e ritengono l’invisibilità assoluta la massima virtù. Cosa che mi dà fastidio perché se è vero che rinuncio volentieri a essere ortodossa, non rinuncio a essere ebrea. Non posso farne a meno.”

Ronit, la figlia del rabbino Krushka, cresce all’ombra dell’universo claustrofobico e insieme rassicurante di una comunità ebraica ortodossa, i cui tempi sono scanditi dalle regole del rapporto con Dio e la Sinagoga.

Insofferente a quel mondo ultra-ortodosso, se ne distacca in nome di una trasgressione che le permette di recuperare un’identità ed una diversità. Dal sobborgo ebraico di Hendon, nel nord ovest di Londra, al rutilante paradiso di libertà e autoaffermazione di Manhattan, da cui torna per la morte del padre, la protagonista compie un viaggio à rebours ricco di scoperte esilaranti ma anche molto dolorose.

Infatti, di ritorno per il funerale, Ronit affronta la comunità che ha lasciato anni prima, insieme a tutto quello a cui ha disobbedito e a cui è ancora legata da vincoli profondi e ambigui. La comunità la respinge, mentre la sua amica Esti – divenuta moglie del cugino Dovid, nuovo Rav in pectore – la turba e la seduce: tutto la colpisce con la forza punitiva che l’obbedienza riserva a chi si ribella, a chi oppone la riflessione alla fede.

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Perché sono le regole – alcune scritte nei testi sacri, altre no – che definiscono la vita della comunità e dei suoi componenti.

La Disobbedienza del titolo si articola su due livelli: c’è quella esplicita, urlata e ben visibile di Ronit e quella silenziosa, timida ma resiliente di Esti. Ronit osserva più volte che tutto quello che a Esti manca è un contatto con il mondo esterno. Nel mondo secolarizzato di Ronit – che è anche il nostro – la gran parte dei problemi ha una soluzione concreta e raggiungibile, o per lo meno gli stessi possono essere ignorati, dimenticati. A Hendon esistono invece ancora cose indicibili, innominabili, i vincoli sono inscindibili, gli argini della religione non possono essere travalicati. Mai.

Figlia lei stessa di un rabbino londinese, Naomi Alderman con questo suo primo romanzo – ripubblicato recentemente in Italia – ha conquistato il pubblico, la critica e i prestigiosi premi Orange Award for New Writers 2006 e Sunday Times Young Writer of the Year Award 2007, ben prima del clamoroso successo ottenuto con “Ragazze elettriche”, già considerato un classico della letteratura moderna.

Disobbedienza è un Odi et Amo catulliano verso una cultura ed un nascosto spicchio di mondo. Siamo tutti il prodotto di un heimat, di un sottobosco costituito da tradizioni e principi, entro e dal quale necessariamente ci muoviamo, talvolta in adesione, talaltra in contrasto. E proprio in questi punti di contatto e di attrito realizziamo appieno la dimensione della nostra individualità.

La Alderman ci regala con franchezza i suoi retaggi, descrivendo una comunità salda perché stagna, che è comunque una “casa”, nella quale però lo spazio della libertà di autodeterminazione e di scelta è necessariamente sacrificato in nome dell’ordine e del rispetto dello status quo. E dove la disobbedienza, propria degli esseri umani, resta un diritto per chi desidera più aria da respirare, più cielo sopra la testa.

Ma, all’interno del possibile, c’è abbastanza spazio per vivere, per quanto il tempo, che è circolare, ci riporti sempre là dove abbiamo cominciato.

DISOBBEDIENZA – NOTTETEMPO – 2018