Fotogrammi Di Un Film Horror Perduto, una citazione:

“Mia s’impegnava tantissimo per sembrare uguale a tutti gli altri, a scuola. Quando rimuginava troppo su certe questioni passate le spuntavano piante rampicanti dagli occhi e, dopo alcuni minuti, le foglie germogliavano. Qualche rametto sui condotti lacrimali era anche accettabile, si poteva nascondere dietro grandi occhiali scuri da mosca. Ma la gente cominciava a farci caso quando sbocciava qualcosa di lucente e iniziavano a fiorire piccole stelle bianche e blu.”

I racconti di Fotogrammi Di Un Film Horror Perduto stendono sulle esili gioie della nostra quotidianità una patina sinistra e asfissiante.

Con una lingua vivida e tentacolare, satura di ambiguità e metafore allucinate, trasformano l’immaginario laccato della cultura pop in un brutto viaggio lisergico.

Lo scenario si fa inquietante e fantastico – acqua grigia e gelida, foreste buie e cieli di cenere –, una tela lugubre che Helen McClory screzia di glitter rosa, di verde acceso, del rosso scuro del sangue, del rossetto e del velluto: con tocchi da cineasta compone fotogrammi che luccicano come i nostri migliori sogni e che allo stesso tempo ci perseguitano come i nostri peggiori incubi.

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Le storie raccontate sono estremamente varie e differenti, ma tutte hanno un rumore di fondo in comune: l’assurdo ed il paradosso, declinati in tutte le loro forme.

Una ragazza morta si materializza in casa di sconosciuti, prepara un caffè e si accende una sigaretta come se nulla fosse. Una donna serve a un picnic la propria mano spacciandola per prosciutto. Una madre prepara una torta con i resti spappolati di sacrifici umani. Un vampiro sviene perché non sopporta la vista del sangue.

Sacrifici umani, pic-nic alquanto bizzarri, vampiri e zombie, nascite e morti, ciclopi, motel e sirene sessualmente frustrate, frammenti di vetro di storie raccontate con una scrittura essenziale, se non addirittura minimale. Storie che lasciano permeare pochi dettagli, perché molto del sottaciuto è demandato alla fantasia del lettore stesso, che deve cercare di rimettere a posto i pezzi mancanti del puzzle, secondo la propria immaginazione e sensibilità.

In tutte queste 40 micro novelle – estemporanee, brevissime e taglienti – realtà, rappresentazione e inventiva si mischiano, creando gamme cromatiche che virano verso l’angolo buio dei nostri pensieri e regalando figurazioni che rammentano, al contempo, certi quadri di Mark Ryden o i film di Tim Burton.

Helen McClory è cresciuta sull’isola di Skye, vive a Edimburgo e insegna Scrittura creativa all’Università di Glasgow. Con “Fotogrammi di un film horror perduto” ha vinto il Saltire Prize per il miglior esordio letterario del 2015.

I predecessori del racconto horror sono più che illustri – basti pensare a Poe, Lovecraft, Matheson; Ballard – ma il risultato complessivo di questa raccolta è alquanto altalenante, poiché l’autrice sembra pascersi talvolta più della propria abilità di scrittura che della portata affabulatoria e della cornice complessiva della propria narrazione.

Ma il talento indubbiamente c’è e credo che sentiremo ancora parlare di Helen McClory in futuro.

FOTOGRAMMI DI UN FILM HORROR PERDUTO – SAGGIATORE – 2020