La Bocca Delle Carpe, una citazione:

“Sono nella stanza di scrittura di Amélie. C’è un vecchio cappotto in grossa lana, marrone chiaro, mangiato dalle tarme. Amélie nota il mio stupore e dice, un po’ imbarazzata:

  • Ah no, per favore, non lo guardi, è…

Io la interrompo:

  • Quindi è vero, scrive con questo addosso!…

Allora, con voce soave, lei mi risponde:

  • Tiene molto caldo, sa…

Terminata la conversazione, mentre sono nell’ingresso, mi dice: – Credeva che mentissi? È buffo, da quando ho quattro anni e mezzo tutti pensano che io menta, ma non è così…”

L’arte dell’intervista letteraria è una delle più bistrattate, al giorno d’oggi. Può risultare talvolta inflazionata, o ampollosa, o peccare d’indulgenza.

Spesso anzi l’intervista cerca di mettere in risalto l’intervistatore a scapito dell’intervistato: ne consegue una sorta di competizione che favorisce chi formula le domande, perché è colui che conduce il gioco. Il tutto può sfociare in una formidabile ipocrisia, con una sopravvalutazione dell’interrogante ed una svalutazione dell’interrogato, tale da determinare l’assoluta inanità del dibattito.

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Michel Robert, scrittore e artista visivo, è l’eccezione alla regola. Si presta ad intervistare solo interlocutori scelti con cura e in La Bocca Delle Carpe raccoglie una serie di conversazioni avute negli anni con la grande autrice belga.

Non una intervista ordinaria caratterizzata da secchi scambi, formalità e ipocrisie, ma una vera e propria chiacchierata amichevole, intesa come «un incontro tra esseri umani per parlare».

Scopriamo così le passioni di Amélie, i suoi gusti, le sue idee, le esperienze che l’hanno condotta a essere la donna felice che è oggi. Ne ripercorriamo la vita, l’infanzia, i ricordi, le relazioni familiari, i suoi spostamenti.

Conversazioni tenute per strada, nei caffè, tra le mura di casa. Una successione di incontri lunga ben sei anni – dal 1995 al 2001 – che spaziano tra Cina, Giappone, paese in cui è nata nel 1966, Bangladesh, Stati Uniti, Laos, Birmania, Parigi, l’amato Belgio.

Ne emerge il ritratto di una donna straordinaria, affabile, spiritosa e profonda, capace di confessare le proprie debolezze e ridere di sé stessa, di una scrittrice tanto sfuggente al gossip ed alle luci della ribalta quanto ormai autrice famosa ed affermata con 27 romanzi all’attivo, tradotti in 45 lingue, e 16 milioni di copie vendute nel mondo.

La Nothomb si schiude al suo intervistatore, e di riflesso al suo pubblico, raccontando degli anni della giovinezza, dei rapporti non felici con giornalisti, amici e fans (o presunti tali) e della loro evoluzione dopo aver raggiunto il successo, della nera parentesi dell’anoressia in giovane età e, soprattutto, della scrittura, del suo bisogno incessante di scrivere, almeno quattro ore al giorno, non appena sveglia.

Attraverso “La bocca delle carpe” – il cui titolo deriva da un forte ricordo dell’infanzia della scrittrice in Giappone – veniamo mano a mano a conoscenza del suo mondo, delle sue preferenze in fatto di abbigliamento e cibo, delle sue convinzioni in tema di solitudine, spiritualità, sessualità, amore, amicizia, morte, società.

Durante tutto il corso delle sedute emerge la grande complicità tra l’intervistatore e la scrittrice, un rapporto di stima e fiducia che permette un confronto senza timori reverenziali.

Torrenti di parole che conducono ovunque, scambi di vedute ora saggi, ora divertenti, ma sempre abbastanza folli…

Come gli esseri umani, che sono uno straordinario miscuglio di pieni e di vuoti, che dovrebbero riempire con la grazia, non con vuote ciance.

LA BOCCA DELLE CARPE – VOLAND – 2019