Storia Di Un Boxeur Latino, una citazione:

“Mi sembra che più che a un’autobiografia somigli a una scacchiera o a un album fotografico. Per me è soprattutto un tributo alle tante persone che ho conosciuto, una raccolta di ricordi che volevo mettere in salvo. Dentro c’è la mia vita, o almeno il senso di come ho cercato di vivere.”

La vita è una milonga, bisogna saperla ballare. In questi due versi di un tango argentino si potrebbe riassumere l’umana vicenda di Gianni Minà. Perché forse non c’è stata, nella storia del giornalismo italiano, vita più smisurata e temeraria della sua, e nessuno che l’abbia saputa ballare con maggiore esuberanza, empatia e curiosità.

Per la prima volta Minà – il più enciclopedico e sovrabbondante dei narratori televisivi – ce la racconta in prima persona, con tutti i suoi stupori, le sue risate, le sue amarezze. Come un capitano di stampo conradiano in esilio, caduto nell’oblio, che incredibilmente comunque conserva il sorriso leale e disarmante di un funambolo.

Storia Di Un Boxeur Latino – il cui titolo è debitore di una dedica che gli regalò anni fa Paolo Conte – ci offre una miriade di aneddoti, interviste e incontri con personaggi storici di primo piano.

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Sfila in queste pagine l’abbecedario di una gran generazione del “secolo breve”: Muhammad Ali, Jorge Amado, i Beatles, Fidel Castro, Adriano Celentano, Robert De Niro, Gabriel García Márquez, Eduardo Galeano, “Lucho” Sepúlveda, Vinìcius de Moraes, Toquinho, Gilberto Gil, Caetano Veloso, Chico Buarque, Dizzy Gillespie, Sergio Leone, Diego Armando Maradona, il premio Nobel Rigoberta Menchú, Pietro Mennea, Mina, Gianni Morandi, David Alfaro Siqueiros, Tommie Smith, Massimo Troisi, Emil Zátopek.

Ma c’è spazio anche per i ricordi della sua epopea familiare: lo zio Peppino, partito sul fronte russo da «cosacco del Don», sposato alla finlandese Aino con la quale, dopo essere tornato nella materna Sicilia, migrò poi in America, la storia delle cartoline che il padre inviò alla madre per rivederla, Nonna Cesira figlia di un garibaldino, i compagni del Liceo D’Azeglio.

Di nome in nome prendono forma di romanzo le avventure di un ragazzo partito da un quartiere di Torino, in calzoncini corti, da una famiglia di origine siciliana, grazie agli insegnamenti, tra gli altri, di un maestro in sedia a rotelle, Giovanni Pische: carismatico reduce di guerra finito in carrozzina, ex atleta e precursore di quello sport Paralimpico che fiorì alle Olimpiadi di Roma 1960.

Minà, prima giornalista sportivo, ha fatto poi la storia della televisione e con Blitz, nel 1981, ha inventato il format dell’intrattenimento domenicale in cui sport e spettacolo si fondono insieme per la prima volta. Ma è con i documentari che è diventato celebre nel mondo: le ben 16 ore di intervista a L’Avana con Fidel Castro nel 1987 restano tuttora un record che va oltre i Caraibi, mentre il premio che gli ha tributato vent’anni dopo la Berlinale (Kamera alla carriera) per Cuban Memories rappresenta il suo personale Oscar.

Questa però non è un’autobiografia. È una dichiarazione d’amore alla vita, alla musica, allo sport, al coraggio di rischiare, alla curiosità e agli ideali d’altri tempi. Un memoir, divertito e divertente, seppur velato da un drappo di amarezza per i modi in cui è finita l’esperienza in RAI, alla quale ha riservato gran parte della carriera di giornalista.

È la storia di quando ci si batteva contro le ingiustizie perché l’ingiustizia contro cui battersi, in ogni tempo e luogo, a ben guardare è sempre la stessa.

La storia di quando si poteva giocarsela finché si aveva fiato, fosse un polveroso campo di periferia o un ring di quart’ordine.

Quando i desideri, quelli veri, erano il “motore immobile” della vita.

STORIA DI UN BOXEUR LATINO – MINIMUM FAX – 2020