Storia Di Un Uomo Vescica, una citazione:

“Era domenica pomeriggio. Maurizio aveva mal di testa. Non si ricordava quanto potesse essere estenuante uscire la sera, soprattutto per uno che considerava faticoso alzarsi dal letto e trovare un motivo per vivere … La vita di Maurizio era talmente triste e vuota che a volte sperava che gli amputassero una gamba o un braccio solo per far sì che succedesse qualcosa.”

In Storia Di Un Uomo Vescica, Maurizio Beltrami ha trentasette anni, un lavoro che detesta e un’enorme vescica sotto un piede che si nutre dei suoi traumi e che pian piano crescerà a dismisura, sino a inglobarlo totalmente. Beltrami è un simulacro, è una metafora complessa della varietà umana e del mondo che ci circonda.

“Storia di un uomo vescica” parla infatti di metamorfosi kafkiane e di afasia del ricordo, di tutto ciò che vogliamo dimenticare e nascondere negli angoli più bui del nostro passato. Pagine che scavano a fondo nell’abisso che abitiamo ogni giorno: il nostro lavoro, la nostra famiglia, le nostre certezze rappresentano realmente un porto sicuro o possono diventare gabbie invisibili? E quanto la routine, i cliché sociali, il passato, i problemi grandi e piccoli della vita di ciascuno possono corroderci, diventando piaghe da decubito della quotidianità?

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Ipocondriaco e scettico, il protagonista sarà messo da questa straordinaria condizione di fronte all’importanza di un’esistenza libera da tutte le schiavitù della vita. Fenomenologia di una metamorfosi che rimane annidata insieme alle nostre paure.

Novello Gregor Samsa, Beltrami è un cinico, un bastardo di professione, che lavora come ‘tagliatore di teste’ in un canale di televendite, annoiato dalla vita e, generalmente, spigoloso e viscido, esattamente come la vescica che finirà per incorporarlo; è uno stronzo con un trauma alle spalle. Come tutti noi, del resto.

Con il passare della pagine, si impara a comprendere Maurizio, che ci fa anche intenerire alla fine della storia. Si impara a voler bene pure a lui e alla sua vescica, a mostrare empatia per entrambi. Perché la vescica ha forse le funzioni della coperta di Oblomov. O forse perché siamo un po’ tutti inadeguati e indifesi in questo mondo.

Dejanira Bada, jesina classe 1984, che vive e lavora a Milano come scrittrice e giornalista dal 2008 (critica musicale e d’arte), collaborando con varie testate sia web che cartacee, ci regala un racconto che aggiorna ad oggi le inquietudine già patite dall’uomo novecentesco, con uno stile pratico e pungente, una lettura che si fa apprezzare, pimpante e affatto scontata, con pagine che sono “labbra di fegato crudo” da baciare ardentemente, come scrive Andrea G. Pinketts nella prefazione.

Vivere dentro una membrana, talvolta, non è così brutto. È solo un altro modo per proteggerci.

STORIA DI UN UOMO VESCICA – VILLAGGIO MAORI EDIZIONI – 2019