Recensione di Un Giorno Della Mia Vita – Bobby Sands

Recensione di Un Giorno Della Mia Vita – Bobby Sands

Un Giorno Della Mia Vita. Un urlo straziante, lacerante, una testimonianza diretta di un uomo che è diventato un simbolo, l’icona della resistenza irlandese al dominio britannico: Bobby Sands. Un uomo che ha resistito 66 giorni prima di morire a seguito di uno sciopero della fame.

Sciopero portato avanti con lo scopo di essere riconosciuti come prigionieri politici, non come criminali comuni. Obiettivo non semplice: c’è da piegare la famigerata intransigenza della “Lady di ferro”, Margaret Thatcher. Sciopero “di principio”, non un capriccio, qualcosa che solo chi ha la testa dura può portare avanti. Roba da irlandesi.

Sands ci racconta nella maniera più intima possibile cosa sia la detenzione. Rabbia, resistenza, dolore ma tanto amore. Bobby Sands, irlandese nato a Belfast, condannato a 14 anni per appartenenza all’esercito Repubblicano Irlandese, l’I.R.A., riesce a mettere a nudo la propria anima.

I suoi pensieri, che poi sono quelli dei suoi compagni di lotta “Hunger Strikes”, sono elaborati ingegnosamente attraverso il refill di una penna biro con parole scritte su strappi di carta igienica. Pensieri fatti uscire clandestinamente dal penitenziario di Long Kesh, da quei maledettamente tristi “Blocchi H” della contea di Antrim.

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Sotto lo pseudonimo di Marcella (nome della sorella) Bobby Sands descrive minuziosamente la quotidianità del carcere. E lo fa con una lucidità disarmante. Rivendica continuamente le nobili motivazioni che lo hanno portato al gesto più estremo: lo sciopero della fame. E lo fa senza retorica, con la dignità che accompagna la gente del Nord Irlanda. Sands non vuole la gloria da quattro spicci: “Ancora una volta fui fiero di continuare a resistere. Meglio soffrire mentre si cerca di resistere, piuttosto che essere torturati e non opporre resistenza alcuna”.

Un Giorno Della Mia Vita è un pugno nello stomaco, il grido di condanna di chi i soprusi li vive sulla propria pelle. Percosse fisiche e psichiche, il dramma dell’isolamento, gli escrementi sui muri, il freddo di un’inutile coperta, la fame che ti dilania. C’è spazio anche per esprimere vergogna verso i propri carcerieri: “Cosa avrebbero pensato le loro mogli e i loro figli, se avessero saputo cosa ci stavano facendo, quanta sofferenza, dolore e tortura stavano affliggendo a centinaia di uomini nudi?”

Bobby Sands in carcere legge, apprende. Analizza politicamente ed economicamente il predominio inglese sulla propria terra e celebra i rivoluzionari irlandesi che in passato hanno dato la vita per la propria patria. Quello che sta facendo lui. Il sacrificio che sta portando a termine è un dono alla sua gente: “E la mia speranza sta nella vittoria finale della mia povera gente. Ci può essere una speranza più grande di questa?”

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È un libro che commuove ma che provoca rabbia. Viene voglia di leggerlo perché stuzzica al lettore quella terribile curiosità su come andrà a finire.

Nelle ultime pagine di Un Giorno Della Mia Vita si avverte il dolore che avanza e la morte che si fa strada. Ma non è una morte qualunque. È il desiderio di libertà di un’allodola.

“Imprigionare un’allodola è uno dei crimini più crudeli, perché l’allodola è tra i simboli più alti di libertà e felicità”.

UN GIORNO DELLA MIA VITA – FELTRINELLI – 2014