Roma Dance di Andrea Quaresima – Recensione


Roma Dance Recensioni

Roma Dance, una citazione:

“Il sabato pomeriggio era un rito. E come ogni rito, aveva il suo codice. Le sue regole non scritte. I suoi custodi. E noi, con i nostri errori, i nostri jeans scoloriti e le nostre emozioni troppo grandi per essere contenute, eravamo i fedeli.”

Viviamo in un tempo in cui ogni emozione è filtrata, ogni legame è temporaneo, la disillusione è la cifra esistenziale dell’oggi.

Ma non è sempre stato così.

Roma, anni ’90.

Non c’erano social, non c’erano selfie, non c’erano follower.

C’erano storie vere, vissute sulla pelle e raccontate con gli occhi. C’erano ragazzi che imparavano la vita in discoteca, non nei tutorial.

C’erano i sabati pomeriggio.

Ogni quartiere aveva il suo punto di ritrovo, ogni comitiva il suo leader.

Ogni locale era un tempio che apriva i battenti alle tre del pomeriggio e chiudeva i cuori a tarda sera.

C’erano flyer passati di mano in mano, liste scritte a penna, motorini in due senza casco.

C’erano PR con le agende zeppe di numeri, DJ e vocalist che ti facevano sentire parte di un rituale collettivo.

Ballare era un modo di vivere. Sbagliare i passi non era importante, esserci sì.

E non c’era niente che potesse sostituire quel battito comune, quel senso di appartenenza, quella voglia di esserci e di brillare anche solo per un pomeriggio.

Questa è la storia di una generazione.

La nostra.

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Andrea Quaresima, oltre che autore di diverse pubblicazioni, è creativo e imprenditore con oltre 20 anni di esperienza nella scena streetwear, nonché creatore di brand iconici come The Site OZ, TYO, Devilmack, ItalianRugbyStyle e BettyBlond, diventati simboli della cultura urbana romana nei primi anni 2000.

In Roma Dance ascoltiamo l’eco di locali mitici quali il Piper, il Much More, il Gilda Young, il Joy, il Veleno, L’Histeria, l’Alien o il Follia.

Come stessimo aprendo un album fotografico, veniamo catapultati in un tempo che sembra remotissimo, in cui non esistevano cellulari, social network, connessioni perpetue ma fittizie.

Prima che esistesse Instagram, prima degli eventi su Facebook, prima dei gruppi WhatsApp c’erano i volantini. E ogni sabato aveva il suo.

Il grande album del sabato pomeriggio, riflesso di un’epoca in cui si stava davvero insieme, scandita dall’appartenenza alla tribù giovane che popolava i dance floor.

La storia di ragazzi e ragazze che, nel guscio di una pista, cercavano il loro spazio nel mondo.

Il ricordo vivido di un “tempo perduto”, in cui non troviamo la madeleine di Proust ma, allo stesso modo, riusciamo a tornare a memorie e volti che hanno lo stesso confortevole tepore di un plaid a fine settembre.

“Le ricordi ancora oggi, quelle ragazze che magari non hai mai conosciuto davvero, ma che per un pomeriggio ti hanno rubato il cuore. O anche solo lo sguardo. E a modo loro, hanno insegnato a tutti cosa voleva dire esserci davvero.”

È un libro romantico, nel senso più nobile del termine, colmo di una nostalgia affettuosa.

Si parla sempre del kintsugi, forse è vero che siamo vasi costellati di crepe saldate con l’oro. Ma c’è stato un tempo in cui siamo stati interi.

Quel tempo in cui bastava un lento a centro pista.

Uno solo, per sentirsi immortale.

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