Sotto Attacco Di Panico, di Gabriele Parpiglia, è uno di quei libri utili dove l’autore con coraggio mette il proprio vissuto a disposizione del lettore.
Succede che un giorno ti svegli e l’aria ha lo stesso peso del cemento armato. Non stai male, non sei ammalato, ma qualcosa ti schiaccia il petto. E la cosa più assurda è che non c’è un nemico visibile, non ci sono tumori, non ci sono febbri, non ci sono fratture. C’è solo questo vuoto ostile.
Gabriele Parpiglia, giornalista e autore, nel suo libro Sotto Attacco Di Panico si denuda davanti al lettore, raccontando quella che non è solo una crisi d’ansia ma una caduta verticale nel proprio abisso.
E lo fa senza retorica, senza compiacimento, senza “volemose bene”. Lo fa con il linguaggio di chi ha toccato il fondo non una ma cento volte, di chi si è rialzato a fatica, ogni volta più stanco, ogni volta più lucido.
Parpiglia ci trascina con sé nel suo inferno privato: gli attacchi di panico, i silenzi, i pianti che nessuno deve vedere. La vergogna, soprattutto. Quella vergogna bastarda che accompagna i disturbi mentali. Il bisogno di apparire forti, di reggere tutto, mentre dentro ti stai disgregando. E così ogni capitolo è un frammento di una mente che lotta con se stessa. Un diario, sì, ma anche una denuncia e un atto d’amore: verso sé stesso, verso chi non ha mai avuto le parole per raccontare il proprio male invisibile.
C’è qualcosa di disarmante nella scrittura di Parpiglia. La sua prosa non cerca orpelli, non vuole piacere. È diretta, a volte cruda, a volte spezzata come il respiro che manca durante un attacco. Ed è autentica. Perché non c’è bisogno di indorare la pillola quando si parla del dolore che ti ruba la voce. C’è bisogno di verità. E lui ce la mette tutta.
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Colpisce soprattutto l’alternanza tra confessione e riflessione, tra cronaca personale e critica sociale. Perché Sotto Attacco Di Panico non è solo la storia di un uomo che ha sofferto: è anche la storia di un sistema che non sa riconoscere il dolore psichico, che lo derubrica a “esagerazione”, che lo ridicolizza o lo ignora. È la storia di chi ha imparato a mimetizzarsi, a essere brillante anche quando sta crollando. Perché “devi sorridere”, perché “hai tutto”, perché “non ti manca nulla”.
E invece manca tutto. Manca l’ascolto. Manca il permesso di cedere. Manca uno sguardo che vada oltre la superficie. Parpiglia queste cose le urla dentro al suo libro
C’è anche una luce, in fondo. Ed è la parte più potente del libro. Perché tra una pagina e l’altra, tra una crisi e una tregua, emerge la possibilità – concreta, viva – di salvarsi. E non con ricette facili o slogan motivazionali da quattro soldi. Parpiglia parla di psicoterapia, di farmaci, di amici che restano anche quando non dovrebbero. Di un cane che ti guarda come se fossi tutto, anche quando tu non sei più niente. Di amore, quello vero, quello che ti aspetta quando tu nemmeno ti ami più.
Leggere Sotto Attacco Di Panico è come entrare in una stanza buia con qualcuno che ti tiene per mano. Fa paura, sì. Ma almeno non sei solo. E a volte, questo basta per iniziare a respirare.
Alla fine chiudi il libro e ti rendi conto che il vero atto eroico non è solo combattere il panico: è raccontarlo. Dare corpo all’invisibile. Dare voce a milioni di persone che ogni giorno si alzano e vanno a lavorare, sorridono, cucinano, fanno finta. Ma dentro si stanno spezzando.
Parpiglia scrive anche per loro. E questo, oggi, per me, è un gesto eroico.
SOTTO ATTACCO DI PANICO – MURSIA – 2025




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