Strani Disegni di Uketsu è uno di quei testi che si muovono tra l’inquietudine e l’ironia sottile, con il passo incerto di un incubo che non vuole farsi svelare.
Non è un romanzo tradizionale, non è una raccolta di racconti nel senso classico: è piuttosto un mosaico di visioni, una serie di apparizioni narrative che si aggrovigliano, si contraddicono e alla fine ti lasciano con più domande che risposte. Ma è proprio lì che si nasconde la sua forza.
In Strani Disegni, Uketsu, autore giapponese che parte da un immaginario apparentemente minimale, sembra volerci dire che la realtà è un enorme foglio scarabocchiato da mani diverse, alcune infantili, altre feroci, tutte capaci di lasciare segni indelebili.
Ogni “disegno” è una storia che si apre e si richiude con la rapidità di un lampo, eppure resta impressa nella retina. Einaudi, con questa pubblicazione, ha portato in Italia una voce che non cerca di piacere, ma di disturbare. E nel disturbare trova la sua forma più autentica.
La scrittura è scarna, precisa, quasi chirurgica. Uketsu non ha bisogno di spiegare troppo: lascia che siano le immagini a parlare, come se ogni pagina fosse un quadro da osservare più che una trama da seguire. Ma attenzione: non c’è nulla di contemplativo in questi “quadri”.
Ogni immagine infatti porta con sé un’ombra, un’incrinatura, una macchia che non puoi ignorare. È come guardare un volto familiare in una fotografia leggermente sfocata: riconosci i tratti, ma c’è qualcosa che non torna, e quell’imperfezione diventa il centro della tua ossessione.
Quello che colpisce è la capacità di Uketsu di trasformare l’ordinario in straordinario, e non nel senso rassicurante del termine. Qui lo straordinario è sinistro, a volte grottesco, altre volte surreale.
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Una porta che cigola non apre su un corridoio, ma su una memoria repressa. Una macchia sul muro non è solo muffa, ma un segno che cresce, respira, osserva. I personaggi si muovono tra questi mondi con una naturalezza che spiazza: non sono eroi né vittime, ma comparse intrappolate in un meccanismo più grande di loro.
Si percepisce anche un’ironia sottilissima, mai gridata, che affiora come una smorfia nervosa in un contesto troppo serio. Uketsu sembra divertirsi a farci inciampare, a suggerirci che non dobbiamo prendere sul serio neanche l’orrore quando diventa routine. Questa ambivalenza rende la lettura disturbante: sorridi, e subito dopo ti chiedi perché.
Il titolo, Strani Disegni, funziona come una dichiarazione di poetica. Non ci sono linee dritte, non c’è armonia: solo segni sghembi, linee che si sovrappongono, tratti che si interrompono di colpo. È un modo per raccontare il caos del nostro tempo senza cercare di ordinarlo.
Non a caso, leggendo, si ha l’impressione di muoversi in un labirinto di schizzi, come se ogni storia fosse un frammento di qualcosa di più grande, un enorme disegno incompiuto. E forse è così: forse la vita stessa è un disegno strano, che non riusciamo mai a interpretare del tutto.
Dal punto di vista emotivo, il libro lavora come una lama a doppio taglio. Da una parte ti affascina, ti cattura, ti costringe a restare lì, a voltare pagina per capire quale sarà la prossima immagine a colpirti. Dall’altra ti lascia un senso di inquietudine che ti accompagna anche dopo aver chiuso il volume.
È una letteratura che non consola, ma che ti costringe a guardarti dentro, a riconoscere i tuoi stessi “strani disegni” interiori.
Einaudi ha il merito di credere in un testo che non rientra nei canoni della narrativa rassicurante. Strani Disegni non è per tutti, e forse è proprio questo il punto: non cerca l’approvazione, non vuole compiacere. È un libro che pretende un lettore disposto a perdersi, a restare spiazzato, a rinunciare alla logica lineare della narrazione classica. In cambio, offre un’esperienza che è insieme artistica e sensoriale, un attraversamento di ombre e bagliori che difficilmente si dimentica.
Uketsu sembra dirci che i mostri non stanno fuori, ma dentro le forme che tracciamo senza accorgercene. Ogni volta che disegniamo un segno, ogni volta che pensiamo di avere il controllo, qualcosa ci sfugge e prende vita autonoma. È lì che nascono gli strani disegni: nelle crepe del quotidiano, nei dettagli che ignoriamo, nei silenzi che preferiamo non ascoltare.
In definitiva, Strani Disegni è un libro che lascia il segno – e il gioco di parole qui è inevitabile. Non tanto perché offre risposte, ma perché moltiplica le domande. È letteratura che non si limita a raccontare, ma che agisce come un’esperienza estetica e psicologica insieme. Dopo averlo letto, ti accorgi che anche le ombre sul soffitto, i graffi su un tavolo, i segni lasciati dal tempo sui muri della tua casa iniziano a parlarti in un linguaggio diverso. E forse, a quel punto, capisci davvero cosa intendeva Uketsu: non sono solo disegni strani, ma la nostra vita che, sotto la superficie, non è mai così lineare come vorremmo.
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STRANI DISEGNI – EINAUDI – 2025




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