Luca Steffenoni, criminologo e scrittore, ha approfondito Il Caso Tortora, a trenta anni dalla scomparsa del presentatore colpito da accuse assurde per cui ha pagato un prezzo altissimo.

Quando e come mai ti sei interessato al caso Tortora?

Per molti della mia generazione l’arresto di Tortora ha rappresentato un vero shock. Si può ben dire che quel caso di “macelleria giudiziaria”, come scrisse Giorgio Bocca, rappresentò lo spartiacque tra due mondi, la perdita dell’innocenza per chi credeva ancora nella giustizia e nell’informazione.

La Procura di Napoli che lo “torturò” legalmente e i giornalisti che lo linciarono pubblicamente, prima che al presentatore e alla sua famiglia, fecero un danno immenso alla nazione.

Fino a quel giorno i togati venivano percepiti come punto di riferimento, una guida in quei tempi burrascosi, erano le vittime della violenza dei brigatisti rossi e del terrorismo di estrema destra, incarnavano l’ideale dei combattenti nell’eterna battaglia contro la mafia.

Ora diventavano parte in causa, sordi a qualsiasi critica, arroccati nei loro privilegi di potere. Casta di intoccabili.

Era evidente fin dai primi momenti che non si trattasse di un “normale” caso di malagiustizia, di sciatteria giudiziaria, di  pregiudizio verso il presentatore di Portobello.

Rimaneva da capire quale fosse la ragione di tanto accanimento. E qui entrano in gioco i giornalisti, che attaccarono al collo di Tortora una bella pietra al collo nella speranza che affogasse. Pennivendoli complici e sottomessi alla Procura. Giustizialisti rancorosi e invidiosi della visibilità del personaggio televisivo. Ci sono voluti anni, ma alla fine le ragioni di tanto cinismo sono finalmente emerse. Sono quelle che racconto nel libro.

Il Caso Tortora lo trovi QUI

Con quale metodo hai reperito e “organizzato” tutte le informazioni che hai raccolto, che lavoro è stato?

I miei sono libri di narrativa ben ancorati a fatti reali. Qualcuno ha scritto che sembrano sceneggiature, delle docufiction su carta e credo intendesse farmi un complimento. La mia cifra stilistica, come si diceva pomposamente un tempo, è caratterizzata dalla voglia di andare oltre al tradizionale testo giornalistico o cronachistico. Per quello che può ancora significare  cerco di fare letteratura, non solo raccontare vicende.

Che si parli di delitti o di casi giudiziari, cerco sempre di ”leggere” l’animo dei protagonisti  e restituirli al lettore rispettandone l’essenza. Voglio esplorare territori emotivi senza accontentarmi dei crudi fatti. E’ bene però precisare che al di là della potenza del racconto, i casi che tratto restano sempre fedeli alle fonti. Fin nel più piccolo particolare, che magari si perde nel flusso narrativo.

Quando è possibile mi servo di fonti originali e dirette. Leggo o ascolto ciò che gli attori principali hanno voluto dirci. Passano mesi prima che scriva la prima parola. Se in quel tempo la storia che voglio affrontare mi “ha parlato”, se mi ha emozionato, se in qualche modo si è lasciata catturare e addomesticare, scrivere viene da sé e forse diventa la parte più facile del lavoro.

Altrimenti butto tutto e cambio progetto.

Nel caso specifico?

Nel caso Enzo Tortora reperire la documentazione è stata semplice perché il giornalista stesso ha provveduto tramite lettere, diari, interviste e video a raccontarsi. Tranne gli uomini dei servizi segreti e della politica che in questa storia c’entrano, altroché se c’entrano, tutti gli altri compreso Raffaele Cutolo, sono stati piuttosto ciarlieri. Ai tempi Tortora appariva perfino ridondante nella sua difesa.

Oggi lo ringrazierei per quanto ci ha lasciato. Se la sua storia è diventata una pietra miliare del dibattito sull’ingiusta carcerazione, lo dobbiamo alla sua combattività, alla sua magnifica capacità di mettere il sistema giustizia sul banco degli imputati.

Di quegli anni, di Enzo Tortora, cosa ricordavi prima di approfondire?

Lo racconto nel prologo al Caso Tortora: “All’epoca del suo arresto avevo vent’anni e di meglio da fare che chiudermi in casa a guardare Portobello. Di Tortora sapevo molto poco. Che aveva condotto la Domenica sportiva, che era un conservatore, un liberale o qualche cosa del genere, che si presentava come un personaggio un po’ snob in trasmissioni che di snob avevano ben poco. Tutto qui ciò che mi era distrattamente giunto all’orecchio”.

Ecco, il mio racconto parte da questa ammissione d’ignoranza. Meglio così. Accostarsi a questa incredibile storia  con l’animo sgombro, con la curiosità di un ragazzino, permette di “sentire” il personaggio e provare ancora quel brivido di indignazione civile senza il quale prevarrebbe solo la fredda cronaca.

Cosa pensi dell’Italia giustizialista, dell’epoca e di oggi?

Discorso complesso. In un Paese evoluto non dovrebbero esistere giustizialismo ma nemmeno garantismo, solo il Diritto, che basta e avanza a dirimere conflitti e a regolare la convivenza civile. Sono termini, neologismi, tipicamente italiani intraducibili e incomprensibili per chi non vive la nostra triste anomalia.

La situazione è ulteriormente peggiorata rispetto ai tempi di Tortora. Come ha voluto ricordare Silvia, sua figlia,  a trentanni dalla morte nessuno dei nodi emersi  allora è stato sbrogliato.

Bisognerebbe metter mano ai codici, avere una vera responsabilità professionale dei giudici e non la buffonata che è stata votata in Parlamento, impedire gli abusi della carcerazione preventiva, ottenere una vera divisione tra pubblica accusa e giudice, affrontare il tema delle carceri, ampliare l’utilizzo del braccialetto elettronico e degli arresti domiciliari.

Tutte cose impensabili fino a quando il popolo applaudirà ogni inchiesta contro il nemico del momento. Fino a quando prevarranno i veti incrociati di chi spera di trovare riparo dietro alla toga dei giudici.

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Tortora è stato accusato di essere un affiliato della nuova camorra organizzata e di essere un corriere della droga oltre che un consumatore. Gli ci vollero ben quattro anni e 7 mesi di carcere per uscire dal tunnel. In base al nostro sistema giuridico quindi una tragedia simile potrebbe accadere a chiunque o ha avuto un senso che fosse lui in quel momento l’accusato?

Su Enzo Tortora si è abbattuta uno tsunami giudiziario.

Accuse “lunari” provenienti da ambienti lontani mille miglia dal suo e avallate da giudici tutt’altro che sprovveduti.

Trovo bellissime le parole che ci ha lasciato, sintesi dello stato d’animo dei tanti Tortora privati senza una ragione  della libertà:

«Fino a qualche giorno prima dell’arresto avevo fatto parte di quella stragrande maggioranza di cittadini che rimuovono freudianamente l’idea del carcere, la considerano un’ipotesi astratta, un’equazione matematica troppo astrusa per rifletterci sopra, un incidente probabile come l’assalto di un elefante nel pieno centro di una città».

E ancora «Quello che non si sa è che una volta gettati in galera non si è più cittadini ma pietre, pietre senza suono, senza voce, che a poco a poco si coprono di muschio. Una coltre che ti copre con atroce indifferenza. E il mondo gira, indifferente a quest’infamia.»

Sulla vicenda che ha colpito Enzo Tortora hanno pesato più fattori, quale secondo te è stato dominante su tutti?

Io sviluppo il mio racconto sulla base di una convinzione: per capire qualche cosa di questa vicenda dobbiamo uscire dallo stretto schema giudiziario. Il caso Tortora nasce alla fine del 1977, ben sei anni prima dell’arresto. Il suo nome viene pronunciato per la prima volta da uno psicopatico detenuto all’Elba passando in un tam tam vergognoso tra le carceri italiane, veicolato da uomini dei servizi segreti, dalla polizia penitenziaria, da camorristi senza scrupoli e da magistrati  di sorveglianza.

Quando, per puri motivi storici e politici, la procura napoletana si è trovata nell’esigenza di smarcarsi dall’abbraccio di don Raffaele Cutolo e della Nuova Camorra Organizzata quel nome così prestigioso è tornato utile.

E’ servito a trasformare un processo farsa, come il maxi processo all’Nco, nel “processo Tortora”.

Ha sviato per anni l’attenzione della stampa e della pubblica opinione da fatti gravissimi dei quali si sarebbe dovuto parlare nel processo, portando il dibattito sulla figura del presentatore, su pappagalli e gossip, personaggi da avanspettacolo, truffatori, serial killer, cialtroni di ogni tipo.

Tortora è servito perfettamente allo scopo, non a caso ancora oggi tutti si ricordano di lui e ben pochi della trattativa Stato-camorra per liberare l’assessore Cirillo, dei fondi per la ricostruzione dopo il terremoto del 1980, dei rapporti tra Dc e camorra. Tutte cose delle quali si sarebbe dovuto parlare al maxi processo.

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Hai conosciuto familiari di Enzo Tortora durante la stesura del libro?

No, avrei voluto ma c’è sempre un certo pudore nell’affrontare temi così difficili con chi li ha vissuti sulla propria pelle. Mi piacerebbe avere un riscontro oggi, ma per il momento non c’è stato.

 Un libro che è stato importante nella tua vita e quello che non sei riuscito a finire?

Da ragazzo amavo molto Dino Buzzati, i suoi romanzi ma anche la sua capacità di raccontare la cronaca nera facendo letteratura. Credo che mi abbia influenzato e in un certo senso sia stato un autore importante. In quanto ai libri interrotti, sono un po’ come Pepe Carvalho, lui i libri li brucia dopo averli letti, io li abbandono senza alcun senso di colpa. In genere mi capita con i best seller, quelli che tutti criticano e tutti leggono. Tipo i gialli nordici per intenderci.

Parto sempre con il piede giusto, senza snobismo alcuno, ma poi mi perdo, dimentico i nomi impronunciabili dei protagonisti, la trama si sfilaccia e la polvere si accumula sulla copertina.

Se fossi un libro saresti?

Curiosa domanda. Forse sarei un romanzo di Nick Hornby,  con quei protagonisti eterni ragazzi anche quando sono cinquantenni. Gente contorta, ma divertente. Sognatori un po’ nevrotici che affrontano la vita con leggerezza.

A cosa stai lavorando?

Sto mettendo gli ultimi punti a un libro che uscirà in autunno. Tante storie così vere da sembrare false. Storie che coniugano il tema del cibo a quello del delitto. Un’operazione narrativa un po’ strana che spero incuriosisca e spiazzi un po’ i miei  lettori.

 

Grazie Luca e ci aggiorniamo in autunno!

 

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