I Sogni Di Un Digiunatore, una citazione:

«Quello che succede a me è una cosa completamente diversa, più inquietante, spiazzante, che mi crea non poca apprensione. Mi guardo allo specchio e non mi riconosco …; non mi riconosco in tutti i sensi, anche fisicamente, nei tratti somatici, nei lineamenti del volto, nella geometria irregolare del naso o nei capelli corti imbiancati. Ho l’impressione, la sensazione più che evidente che la persona riflessa nello specchio non sono io, ma un’altra persona, una persona che non conosco affatto, che ignoro chi sia, che non ho mai visto prima d’ora.»

I diversi punti di vista delle storie contenute in I Sogni Di Un Digiunatore appaiono, tutti, come riflessi di una visione instabile, fugace.

Una luce che sembra scomporsi un secondo dopo essersi fissata sulla pagina. Alludono, chissà, alla precarietà del nostro percepire il mondo e noi stessi come entità separate. Un mondo dove tutto cambia di continuo e repentinamente, mentre noi abbiamo sempre più confusamente l’impressione di continuità, di essere sempre gli stessi.

Sono vicende in apparenza bislacche, improbabili, visionarie, ma in realtà, a modo loro, riflettono le paure, le contraddizioni, le aspettative della nostra incerta quotidianità.

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Come la storia di quel tizio che trova due giovani sbandati che fanno l’amore dentro la propria casella postale. O quella dello scrittore che incontra un suo postero in un caffè di Firenze e scopre che i libri che ha scritto non li legge nessuno. O ancora la storia di quel giovane che sta per sposarsi con un’extraterrestre e intraprende un viaggio low cost per Marte. Oppure, quella della guerra tra i seguaci di Darwin e quelli di Lamarck, durante la quale viene distrutta una fabbrica di giraffe di peluche o un Sigmund Freud che finisce sul lettino dello psicanalista.

Ma si raccontano anche episodi realmente accaduti come quello dell’italiano Giovanni Succi, digiunatore di mestiere. Fece del digiuno uno spettacolo da fiera e che nel 1886 a Parigi digiunò per trenta giorni consecutivi.

Siamo alle prese con una comicità surreale, a volte involontaria, storie brevi, brevissime, acidule, sulfuree che sembrano confermare i risultati di una ricerca sulla «felicità umana» condotta dall’Università dell’Iowa (anche di questo si parla nel libro). I risultati mettono in luce una correlazione positiva fra la longevità degli individui e un particolare comportamento che essi intrattengono con i propri simili. Comportamento definito dai ricercatori statunitensi come “farsi gli affari propri”

Paolo Albani è scrittore, poeta visivo e performer, un intellettuale sui generis che, con I Sogni Di Un Digiunatore, ci regala una summa di avventure stranianti, lunari, come quella di Astolfo in sella all’Ippogrifo alla ricerca del senno di Orlando sull’astro d’argento. Non solo, ci dona una lettura erudita, ricchissima di citazioni e vera manna per bibliofili, senza in ciò ammorbare il lettore.

Pagine che sono un trionfo di onirico, che ricordano come tutte le scorie e i rimasugli – sogni, stramberie, goffaggini, esperienze passate, pensieri bizzarri – che ogni esistenza involontariamente e distrattamente genera debbano assurgere a scogli, appigli nella vita di tutti giorni, costituendo un’ancora salvifica al piattume della routine quotidiana.

“La vita è un sogno o i sogni aiutano a vivere?”, chiedeva Marzullo. Albani propende decisamente per la seconda affermazione, e risponderebbe – usando una definizione dell’amato Giorgio Manganelli – che il sogno “è lo zio matto che si tiene in solaio quando vengono gli ospiti”.

Ma i matti, per quanto impegnativi, sono sovente le persone più divertenti che conosciamo.

I SOGNI DI UN DIGIUNATORE – EXORMA EDIZIONI – 2019