Recensione di Racconti Contagiosi – Siegmund Ginzberg

Recensione di Racconti Contagiosi – Siegmund Ginzberg

Racconti Contagiosi, una citazione:

“La prima reazione è negare che la pandemia ci sia. Negano le autorità. Nega la gente, nega quel che chiamano “il popolo”. Negano per convinzione, o perché qualcuno ha interesse a convincerli … Negano per incoscienza, negano per comodità (o piuttosto per non essere scomodati), negano per viltà, o negano per calcolo. Quando il contagio ormai già imperversa, non si può più negare, si cerca e si inventa il colpevole, si passa ai pogrom, alla caccia alle streghe e all’untore.”

Nei Racconti Contagiosi la narrazione di piaghe antiche e moderne ci riporta alla cronaca di oggi.

Una esercitazione divertente per farci comprendere che il virus è, da sempre, un evento misterioso.

Uscita dal lockdown, la signora Dalloway di Virginia Woolf è presa da una voglia incontenibile di shopping.

Il Decameron di Boccaccio si svolge attorno a un distanziamento sociale volontario nei giorni della peste.

Romeo e Giulietta di Shakespeare muoiono a causa di un eccesso di polizia sanitaria.

Il cardinale Borromeo di Manzoni aveva già inventato la messa cantata dai balconi.

La fantascienza aveva anticipato virus più perfidi del Corona.

È stata l’Italia a inventare nel Trecento le prime misure per fermare il contagio. Aveva i migliori medici, fu lodata e imitata nel resto d’Europa.

Ma non bastò a impedire una decadenza di parecchi secoli.

Quarantena, distanziamento sociale, stop ai teatri, alle taverne e alle feste sono sempre stati provvedimenti molto impopolari.

Eppure pesti, epidemie, contagi ce li raccontiamo da sempre.

Probabilmente da millenni prima che si cominciasse a scriverne.

I racconti si somigliano. E soprattutto somigliano ai resoconti dei nostri giorni.

Boccaccio copia Tucidide, Lucrezio e Ovidio, London aveva copiato da Poe e da Mary Shelley. Camus usa la Peste inventata per parlare dell’invasione nazista della Francia.

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Il male non viene mai chiamato allo stesso modo. Non sappiamo nemmeno se si tratti delle stesse malattie. A un secolo di distanza sappiamo ancora poco della Spagnola. E non abbastanza del Covid.

C’è qualcosa di profondamente umano che accomuna tutte le narrazioni: la paura, l’orrore, la ricerca del colpevole, le fake news e i rimedi bislacchi, ma talvolta efficaci.

Per un paio di secoli dopo il Decameron i testi medici indicavano il raccontarsi storie e lo stare allegri come profilassi contro il contagio.

Ci sono molte sorprese nelle strade dell’immaginario che Siegmund Ginzberg ripercorre con un occhio all’attualità.

Siegmund Ginzberg, nato a Istanbul nel 1948, dopo gli studi in filosofia ha intrapreso l’attività giornalistica ed è stato una delle storiche firme de “L’Unità”, quotidiano per cui ha lavorato a lungo come inviato in Cina, India, Giappone, Corea del Nord e del Sud.

In Racconti Contagiosi Ginzberg a rileggere i classici – da Ovidio a Defoe, da Shakespeare a Manzoni – grazie a un brillante zibaldone colmo di acume e brio che ci fa sentire meno soli e forse meno perseguitati dalla pandemia.

Il racconto delle epidemie è infatti liberazione, catarsi.

Perché tutto è già accaduto, queste pagine parlano di noi.

Talvolta la fantasia l’azzecca più della scienza. I cronisti antichi più dei contemporanei.

Tutti quanti, però, hanno in comune una strategia per convivere con l’epidemia: disinnescarla con gli strumenti potentissimi della narrazione.

Romanzare la peste può salvare la vita?

Come ce l’hanno raccontata nei secoli ha molto da dirci sulla pandemia.

Una cosa soprattutto: lavorare di fantasia è l’unico modo per cavarcela.

RACCONTI CONTAGIOSI – FELTRINELLI – 2020

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