Tutti I Nostri Corpi, una citazione:

“Ci sono toccate varie vite. E non ne abbiamo portata a termine nessuna”

Centotre racconti brevi o brevissimi, divertenti e assurdi. Storie assai diverse tra loro, riflessioni ironiche, grottesche, malinconiche, cronache di vita composte nel corso degli anni da Georgi Gospodinov, in cui la nostalgia per il passato si intreccia alla curiosità per il futuro: un esperimento di ascetismo verbale per mettere ordine nel mondo e rallentare il tempo, magari ingentilendolo.

Georgi Gospodinov, nato a Jambol nel 1968, è poeta innovativo e raffinato, prosatore e studioso di letteratura, oggi considerato lo scrittore più talentuoso della Bulgaria.

Il titolo scelto per la raccolta è quello della storia Tutti I Nostri Corpi, nella quale un paziente, reduce da una difficile operazione chirurgica e ancora sotto gli effetti dell’anestesia, vede intorno al suo letto un bambino con il ginocchio sbucciato, un giovane ventenne, un uomo sulla quarantina ed uno più anziano, un po’ malandato: sono, appunto, tutti i nostri corpi, quelli che abbiamo abitato, nella realtà o nei libri letti, marcando la storia della nostra vita.

Nella letteratura odierna sembra esistere una gerarchia affermata, che vede al di sopra di tutto la forma romanzo mentre racconti, poesie e saggi sembrano esistere solo grazie alla benevolenza degli editori e, talvolta, del mercato. Quale spazio residuo rimane per i racconti molto brevi, frammenti e quasi-aforismi? Da essi non nascono best seller o blockbuster, sono troppo spicci. I loro corpicini di formiche non possono gareggiare con la massa d’elefante del romanzo.

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Ma questa proprietà eversiva delle storie brevi, questa facoltà di sgattaiolare fuori sottraendosi al giogo del prolisso a Gospodinov piace molto, particolarmente oggi, in un’epoca di gravosa epicità. Nella brevità è forse possibile ritrovare quell’intimità fatta di istanti che abbiamo, nostro malgrado, perduto.

Tutte le microstorie qui narrate attestano l’originale fantasia, l’arguzia e la capacità combinatoria dell’autore, l’equilibrio impeccabile tra invenzione concettuale e ironia. Tutto in Gospodinov, incantatore dell’assurdo, finisce per assumere il metro della malinconia: per ciò che è accaduto o accadrà, ma anche per ciò che non succederà mai e non è mai successo. Passato e futuro, reale e possibile si rincorrono, si riconoscono, inciampano l’uno nell’altro.

L’autore ci spiega in uno dei racconti che la parola tăgà in bulgaro, al contrario della turca hüzün e della portoghese saudade, non identifica la malinconia di imperi che hanno avuto tutto e poi tutto hanno perso, ma «riguarda qualcosa che hai perso, senza la certezza che tu l’abbia mai avuto». È vero, i bulgari non hanno dominato il mondo, ma forse per questo hanno preservato il loro animo.

Pur facendo spesso riferimento a viaggi ed esperienze europee, Gospodinov sente una familiarità d’elezione con due culture: quella turca, che attraverso gli immigrati gli permette di sentirsi a casa ovunque vada, e quella indiana, nelle cui focacce preparate in un ristorante etnico londinese riconosce il sapore di quelle cucinate dalla nonna trent’anni prima. Fatalmente, cibo e idioma ti portano sempre in un cantuccio che sa di casa, ovunque essa sia.

Tutti I Nostri Corpi ti porta altrove, rivelandoci che esiste un’altra geografia – degli odori, del ronzio pomeridiano delle mosche, dei silenzi e del sottaciuto, dei lenti crepuscoli, delle nicchie affettive – forse più importante di quella che ci insegnano a scuola.

C’è qualcosa di drammatico e al contempo di rasserenante nelle storie brevi, forse a causa della sincronia con la brevità terrena dei corpi. Esse sono come un piccolo mare, in cui non si affoga ma grazie al quale, dopo ogni immersione, inspiri profondamente come fosse la prima volta.

Come quando, da piccoli, trattenevamo il respiro sott’acqua, solo per gioco. Potremmo ricominciare a farlo, non per nostalgia – almeno, non solo – quanto per ricordarne la meraviglia.

TUTTI I NOSTRI CORPI – VOLAND – 2020