Garibaldi, una citazione:

“In quegli anni Garibaldi prese le pittoresche e insolite (per un europeo) abitudini che poi serbò sempre, per tutta la vita. Indossava il suo mantello preferito, il poncio – poco più che una coperta da cavallo con un buco in mezzo per infilarci la testa – beveva in abbondanza il mate che è un infuso di erbe aromatiche, era ghiotto di mazamorra, cioè granturco fresco cotto nel latte, e in seguito, via dall’America, rimpianse di non poterla più gustare così buona.”

Il poncho è poco più di una coperta da cavallo; il dialetto, quello ligure; l’elenco dei lavori fallimentare: bovaro, sensale, insegnante privato, fabbricante di candele.

La storia di quest’uomo è stata raccontata molte volte, ma Bianciardi lo fa a modo suo. Con il tono clandestino delle confidenze, la pazienza dello storico, la vivacità dello scrittore, lo slancio dell’amante del Risorgimento.

Il suo Garibaldi non è soltanto una biografia, è il romanzo di un ribelle deposto dal piedistallo e restituito alla vita, ai suoi intrecci pieni di slanci, di sofferenze, di errori, di delusioni.

La stagione da corsaro, l’epopea del Rio Grande, la laguna delle anatre, l’assedio di Montevideo e di Roma, la morte di Anita, il pittoresco esercito dei Mille, tante le battaglie combattute e vinte, molti i bocconi amari mandati giù a causa di Cavour.

Del resto, nell’elenco ufficiale dei Mille, Garibaldi non risultò neppure fra gli italiani ma tra i francesi (lui nato a Nizza nel 1807, da una famiglia di origine genovese).

Questo è l’ultimo libro che Bianciardi scrisse, l’ultima camicia rossa che indossò, come un’allegria ebbra e postuma, l’ultima affabulazione contro un’Italia da sempre vigliacca, ipocrita, irriconoscente e perbenista.

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Ma è anche l’omaggio di un anarchico ormai vinto dall’alcol e dalla sua vita agra all’eroe della propria infanzia.

E così Bianciardi ce lo descrive, come uno straniero in patria, un istintivo, un generoso, un idealista.

«In tutti i posti di mare c’è almeno un ragazzo fatto così, quello che non si tira indietro, quello che offre da bere, quello che sa le canzoni, quello che si arrampica per primo in cima a un albero, o sulle sartie delle navi. Al porto lo conoscono, tutti lo chiamano per nome».

Luciano Bianciardi è stato uno dei grandi irregolari della letteratura italiana, l’ultimo bohémien seduto sulle macerie di un romanticismo sparito, morto il 26 ottobre del 1971 a neanche 49 anni per cirrosi epatica, scrittore, saggista, traduttore (Bellow, Conrad, Faulkner, Steinbeck, London, Miller), autore di un capolavoro come “La vita agra”, che lessi negli anni dell’adolescenza.

In Garibaldi adopera la tecnica dell’anacronismo deliberato, traspone nell’Ottocento i suoi disincanti,  raccontando l’Eroe dei due mondi Bianciardi racconta anche un po’ se stesso, sentendosi come un ex garibaldino deluso da tutto e tutti.

Da Bianciardi ci si aspetterebbe la demitizzazione del mito, invece per Garibaldi vi sono solo parole di amore intenso e rispettoso, che restituiscono, in pagine puntualissime sotto il profilo dell’accertamento storico, la stessa icona che generazioni di italiani hanno imparato a conoscere, ed amare.

Il Garibaldi eroe schivo, tenace, coraggioso, eterno nel suo slancio romantico e utopistico di cambiare lo status quo, pur giubilato dai giochi di potere e dalle convenienze della realpolitik, interna e internazionale.

Un irredento, sempre e comunque.

E, sulla falsariga dell’eroe della sua infanzia, chissà se anche Bianciardi, alla fine, non si sia consegnato anch’egli all’esilio.

GARIBALDI – MINIMUM FAX – 2020