Alt-America, una citazione:

“Il cuore pulsante dell’Alt-America, comunque, sta nell’antica grancassa della politica identitaria bianca, basata sulla paura della gente non bianca che si esprime in lingue e segue credi religiosi sconosciuti. Queste persone incarnano l’Altro: esseri non o sub-umani la cui sola presenza sul territorio nazionale è vissuta come una sorta di degradazione. I buoni seguaci dell’Alt-America detestano o temono questi Altri. In parte, forse, perché in quell’universo la razza è un’operazione a somma zero: se una razza guadagna status e potere, allora un’altra deve perderne il corrispettivo.”

La campagna presidenziale e la vittoria di Donald Trump hanno scioccato il mondo intero mentre l’emersione – apparentemente inopinata – di suprematisti bianchi, xenofobi, miliziani, neonazisti e nativisti sulla scena americana ha suscitato grande clamore nei commentatori, che trovano difficoltà nel rintracciarne le origini e a comprenderne fino in fondo le ragioni politiche.

In realtà, l’estrema destra negli Stati Uniti è cresciuta in modo costante sin dagli anni Novanta, all’alba dell’attentato di Oklahoma City, trovando poi nell’11 settembre e nel profluvio di teorie cospirazioniste e paranoiche che ne sono derivate, così come nell’elezione del primo presidente afroamericano alla Casa Bianca, le occasioni ideali per compattarsi.

Il resto lo ha fatto il sostegno costante che televisione, stampa e siti internet hanno assicurato a ideologi come Steve Bannon, Milo Yiannopoulos e Alex Jones, che da soggetti di folklore si sono trasformati in veri e propri fulcri del dibattito pubblico sulla crisi e sul futuro del paese, padri di quella sorta di sottocultura pop che ha preso il nome di Alt-Right (destra alternativa) e che sembra incarnare il volto più giovanile e innovativo della nuova offensiva del radicalismo di destra. In realtà, una macchina del fango ben oliata, astuta e subdola, che ha endorsato sin dall’inizio The Donald.

La «novità» della figura di Trump risiede proprio nell’aver offerto un megafono e una platea, fino a quel momento impensabili, alle diverse e numerosissime “anime” della destra radicale; Trump aveva il carisma per diventarne un catalizzatore a livello nazionale.

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David Neiwert, classe 1956, giornalista d’inchiesta e massimo esperto dell’estremismo di destra negli Stati Uniti, ha studiato, incontrato e analizzato gli esponenti ed i mentori di questa frastagliata galassia.

Un estremismo che negli ultimi anni, sul suolo americano, si è rivelato non meno alacre e allarmante dei vari movimenti di matrice islamista.

In Alt-America si sottolinea il ruolo avuto dalle teorie cospirazioniste quale vero collante ideologico di un fenomeno altrimenti disperso in mille rivoli, che vanno dalla riproposizione del suprematismo bianco tout court alla denuncia di un presunto «Nuovo Ordine Mondiale» fino alla riaffermazione di un’identità maschile che si vuole minacciata dal femminismo o dalla comunità LGBT.

Un viaggio nelle idee e nei movimenti eredi del Ku Klux Klan, passati dalla marginalità al mainstream: dall’«industria della cospirazione» al «gamergate» cresce una nuova generazione di nazionalisti bianchi: «Nella vita pubblica americana – spiega Neiwert – esiste una dimensione alternativa, uno spazio mentale oltre i fatti e la logica, dove le regole dell’evidenza sono sostituite dalla paranoia».

Senza voler scomodare Hannah Arendt, assistiamo pur tuttavia ad una “banalità della paranoia”, un travisamento totale della realtà fattuale, sordo ad ogni ricerca di informazione o di verità, foraggiato dal web e dall’ostilità verso le istituzioni federali, in una America radicalizzata che pare essersi scordata delle sue origini come melting pot.

Alternando ritratti inquietanti di alcuni dei protagonisti della nuova ultra-destra a un’analisi rigorosa di storia, fatti e documenti, “Alt-America” ci offre un quadro lucido e al contempo fosco delle pericolose derive di una nazione.

O, forse, dell’intera società occidentale.

ALT-AMERICA – MINIMUM FAX – 2019