Recensione di Capannone N. 8 – Deb Olin Unferth

Recensione di Capannone N. 8 – Deb Olin Unferth

Capannone N. 8, una citazione:

“Ma le future galline non saranno sole. Gli uomini cattivi saranno scomparsi una volta per tutte, e i polli non svilupperanno mai le mani, non raggiungeranno mai altezze tali da rendere possibile la distruzione di massa. Prenderanno solo quello di cui avranno bisogno. Scorrazzeranno sulla terra, mangeranno l’erba e gli insetti superstiti, risanati e rinforzati. Vivranno.”

Capannone N. 8 è un libro bellissimo, corrosivo, politicamente appassionato e con un cuore grande.

Un romanzo che fa venir voglia di fare la rivoluzione e di non mangiare pollo per un po’.

Janey e Cleveland sono due ispettrici addette al controllo degli allevamenti intensivi di galline ovaiole in una zona dell’Iowa, Dill è l’ex capo di un’associazione ambientalista, Annabelle la riluttante erede di una famiglia di allevatori.

Tutti, per motivi diversi, vivono vite simili: frustrate e piene di rimpianti.

Finché, per gli effetti a catena di una decisione impulsiva, non diventano improbabili alleati in una folle missione: liberare di nascosto tutte le novecentomila galline di un allevamento industriale in una sola notte, con l’aiuto di trecento indisciplinati volontari e sessanta camion.

Ce la faranno?

E cosa troveranno nel capannone n. 8?

Un romanzo a più voci (volatili inclusi!) rocambolesco e imprevedibile, esilarante e sovversivo, che trascina il lettore in un’avventura surreale ma al tempo stesso mette radicalmente in discussione la prevaricazione del nostro sistema economico sul mondo naturale.

Capannone n. 8 è un affresco corale con molte voci, che danno fiato tutte ad una stessa marginalità, intesa come non adeguamento della gran parte dei protagonisti ad una vita che scorre su binari scontati di un’esistenza borghesemente placida.

“Compra, produci, crepa”, un assioma che viene smontato da questo improbabile benché oliatissimo manipolo di sovversivi, che si batte non solo contro la disumanità degli allevamenti intensivi di galline, ma contro quella ben più radicata di un sistema produttivo volto al profitto a scapito di tutto.

Il titolo del libro è un chiaro omaggio a Kurt Vonnegut e al suo immortale “Mattatoio n. 5”.

Si può rimediare agli errori? Secondo Vonnegut no. E anche secondo la Unferth, ma bisogna comunque provare, e anche sbagliare, combattendo per ciò che riteniamo giusto.

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Deb Olin Unferth, autrice americana nata a Chicago nel 1968, è stata finalista al National Book Critics Circle Award, insegna all’Università del Texas ed è la fondatrice di Pen-City Writers, master in scrittura creativa per detenuti in carcere di massima sicurezza.

Capannone N. 8 è il suo primo libro pubblicato in Italia.

Un romanzo che odora di libertà e di compassione, in ogni singola pagina.

Un manifesto politico e un grido colmo di ironia, che ci costringe a chiederci quanto umani siano questi umani, se non si chiedono mai come può (soprav)vivere una gallina in batteria.

Restiamo umani, verso gli animali ma anche verso noi stessi.

Habitat naturali cancellati, deforestazione selvaggia, bovini allevati con anabolizzanti, pesca intensiva, scarichi tossici, global warming..

Davvero l’uomo è tutto qui?

Dobbiamo restare vigili, su tutto quello che sacrifichiamo all’altare del dio denaro.

E magari rimediare ai nostri errori, recuperando l’empatia per il sistema-mondo che stiamo sterminando.

Così, forse, usciremo da questa spirale di autodistruzione in cui ci siamo volutamente ficcati.

CAPANNONE N. 8 – BIG SUR – 2021

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