“Stanley era il Grande Pescatore. Trattava le persone come tanti pesci, ma pesci sempre differenti, dal maestoso salmone al grande squalo bianco, dall’agile trota all’indolente pesce di palude, ognuno da affrontare in modo particolare a seconda della velocità della corrente e della capacità di combattere che dimostrava, oltre che, naturalmente, del desiderio e della necessità che aveva Stanley di prenderlo. A volte c’era più lotta che gioco, e lui tagliava la lenza, ma molto più spesso c’erano quelli che non vedevano l’ora di saltare dritti dritti nella barca di Stanley e mettersi da soli fuori combattimento, perché, dopotutto, lui era Stanley Kubrick.”

A pochi giorni dal ventennale della morte, Stanley Kubrick continua ad essere il regista di cui più si è scritto, detto, dibattuto tra i grandi autori della storia del cinema.

Nel gennaio del 1999, mentre stava terminando il montaggio di Eyes Wide Shut, Kubrick telefonò a Michael Herr, con cui aveva sceneggiato Full Metal Jacket, dicendo che sarebbe stato felice di fare una lunga intervista con lui in occasione dell’uscita del film.

Si erano conosciuti nel 1980 e per anni avevano scritto insieme quello che è ritenuto da molti il più grande film di guerra di tutti i tempi, ma la loro amicizia era durata ben oltre la lavorazione di Full Metal Jacket. Nella prefazione che Herr scrisse alla sceneggiatura del film, Kubrick appare come “un generale, con l’attenzione tutta protesa al mondo che lo circondava e dove voleva far accedere le cose, pieno di energia, storie da raccontare, con piani d’azione e progetti sempre in corso, altamente concettuale, totalmente pratico”.

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Quando l’improvvisa morte di Kubrick impedì l’intervista, Michael Herr scrisse al suo posto Con Kubrick, denso e malinconico, la storia di quell’amicizia e di quel capolavoro.

Nel tratteggiarne la figura, il giornalista si propose sin da subito di confutare la trita mitologia che circondava Kubrick, sostituendo all’icona minacciosa del regista solitario, folle e misantropo il ritratto di un uomo leale, appassionato, infinitamente curioso. Un uomo pieno di calore umano e di interessi, mai fermo intellettualmente, gran conversatore, adorante la propria famiglia ed i propri animali.

Herr ci regala una copiosa aneddotica sul grande regista, che trabocca di amore e di rispetto per il genio dell’amico, forse mai pienamente compreso da una certa cricca di critici che negli anni ha cercato di inquadrare la sua produzione artistica soltanto alla luce di alcuni suoi difetti o presunte ombrosità.

Tuttavia, ogni mezzo che Kubrick usò, ogni errore che commise, ogni dolore che inflisse agli altri, possono essere senz’altro ammessi e giustificati dalla grandezza dei suoi fini e delle opere che produssero. Riuscendo comunque a estrarre da tutti quelli con cui ebbe modo di lavorare il meglio che potessero dare.

“La sua ambizione era spettacolare, aveva talento e fiducia in sé, una mente d’acciaio, e i controcoglioni. Capiva chiaramente che in ogni film qualcuno doveva avere il comando, e riteneva che avrebbe anche potuto essere lui.”

Con Kubrick è uno sguardo privilegiato e definitivo sul regista che ha cambiato per sempre il cinema contemporaneo e sull’uomo, complesso e spesso frainteso, che si teneva celato dietro la macchina da presa.

Un libro che regala nuovi spunti e prospettive sull’opera visiva e concettuale del genio del Bronx, un must have per chiunque abbia a cuore la Settima arte.

CON KUBRICK – MINIMUM FAX – 2019

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