Recensione di Serge – Yasmina Reza

Recensione di Serge – Yasmina Reza

Serge, una citazione:

“Non so che cos’abbia permesso a noi fratelli di conservare questa connivenza primigenia, non eravamo né così simili né poi così uniti. I legami fraterni si sfilacciano, si disperdono, finiscono per non ridursi ad altro che a un sottile nastrino di sentimenti o conformismo.”

Serge mette in scena il lato comico, vanesio e patetico dell’esistenza.

Yasmina Reza possiede un orecchio assoluto per la “musica” degli uomini e delle donne.

Nonché il talento di riprodurla creando personaggi indimenticabili, di cui mette a nudo i lati contundenti.

Senza sarcasmo, ma con profonda empatia, poiché tutti sono minacciati dall’insignificanza e dalla malinconia, dallo sfacelo della vecchiaia e dal tempo che incessantemente ci sottrae la memoria, pur non riuscendo a cancellarla completamente.

In Serge ci fa entrare nel cuore di una famiglia di origini ebraiche, i Popper, e più precisamente nei complessi – e non di rado conflittuali – legami fra tre fratelli.

Jean, il narratore, «quello di mezzo», cresciuto all’ombra del maggiore, il Serge del titolo, un cialtrone bigger than life, inconcludente, superstizioso, scorbutico, scorrettissimo, fragile e seducente; infine Nana, la piccola di casa, moralista e petulante.

I tre continuano a essere diversissimi e molto legati, in perenne conflitto, ma anche visceralmente attaccati l’uno all’altro.

E poi figli, nipoti, mariti, ex amanti, a formare un intreccio di voci corrosivo e scintillante.

Le tensioni culmineranno in una resa dei conti che avverrà nel corso di una visita ad Auschwitz, tra orde di «gente in tenuta semibalneare, canottiere, sneakers colorate, pantaloncini, tutine, abitini a fiori».

La Reza ha il gran dono di essere pungente ma non dissacrante, rispetta i propri personaggi pur mettendone in luce debolezze e contraddizioni.

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Serge trasuda divertita compassione per quella matassa di incongruenze che è l’essere umano.

Eppure non fa sconti nel fotografarne la condizione: dinamiche familiari indagate con delicata spietatezza, i fallimenti personali, i segni dell’avvilimento, la vecchiaia che incombe, il vuoto pneumatico che risucchia tradizioni e costumi ormai logori.

Ogni esistenza è fatta di grandi drammi, qualche gioia e tanti minuscoli dettagli. Ciò malgrado, gli uomini amano da sempre raffigurarsi grandiosamente. La grande drammaturga e scrittrice crede invece in una superiorità, di fatto, delle piccole preoccupazioni.

Ciò che è grandioso risulta sempre inferiore, dal punto di vista delle nostre emozioni, se confrontato alle piccole preoccupazioni.

Sono queste preoccupazioni bagatellari che, sommate l’una all’altra o intrecciate con quelle altrui, possono determinare grandi deflagrazioni.

Il viaggio nel campo di sterminio diviene proprio l’occasione per questa detonazione tra i fratelli, che ci conduce anche a una riflessione tutt’altro che superficiale sulla memoria, sia individuale-famigliare che collettiva.

«In un’epoca dove sempre più si restringe il campo delle cose di cui si può ridere,» ha scritto Franz-Olivier Giesbert «Reza non rispetta niente: né la famiglia, né il matrimonio, né la donna, né il cancro – e nemmeno, sacrilegio!, i viaggi “turistici” ad Auschwitz».

Come quando mi copro gli occhi per non vedere le scene truculente di un film horror, Serge è un romanzo che ci costringe a vedere cose che non vorremmo vedere, o ricordare.

Ben oltre “Il dio del massacro” e con la consueta eleganza, Yasmina Reza ci ricorda amabilmente quanto facciamo schifo.

SERGE – ADELPHI – 2022